Il Tirreno

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La tragedia

Lucca, famiglia uccisa dal monossido: i dubbi sulla caldaia e i ritardi nei soccorsi – Cosa sta emergendo

di Luca Tronchetti

	La famiglia Kola
La famiglia Kola

Tra i vari accertamenti tecnici l’ufficio del pubblico ministero ha delegato un ingegnere dei vigili del fuoco di effettuare un controllo minuzioso sull’apparecchio

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LUCCA. Il sostituto procuratore Paola Rizzo attende lunedì 9 febbraio la relazione medico legale legata ai prelievi sanguigni sui corpi senza vita – adesso nelle celle frigorifere dell’obitorio dell’ex Campo di Marte – dei quattro componenti la famiglia Kola (Arti, 49 anni, Jonida, 43, Hadjar, 22 e Xhesika di 15) morti nella loro abitazione di via Galgani 186 – nella serata di giovedì 5 febbraio – a Rughi di Porcari dove si era trasferiti da circa un anno dopo aver vissuto a Gragnano di Capannori. Già da una prima informativa – che tuttavia non può considerarsi esaustiva – il medico legale Stefano Pierotti, che ha svolto l’esame esterno e quelli tossicologici, ha riscontrato una colorazione sanguigna molto accentuata (rosso ciliegia) tipica nei casi di avvelenamento da monossido di carbonio dovuti alla formazione di carbossiemoglobina che si crea quando si lega all'emoglobina ostacolando il trasporto di ossigeno ai tessuti. Una colorazione ciliegia evidente anche nella cute e nei tessuti interni. Una relazione medico legale fondamentale per la procura che, in caso di dubbi o perplessità sulle cause del decesso, potrebbe disporre gli esami autoptici che, in ogni caso, non potranno essere eseguiti prima di metà della prossima settimana. Se invece lo sterminio della famiglia – esattamente 34 anni dopo (era la sera del 28 febbraio 1992 quando il gas killer silenzioso uccise la famiglia Malanca) – è da attribuirsi al monossido di carbonio che fa 600 vittime all’anno, allora il pm già lunedì o al massimo martedì 10 febbraio concederà il nullaosta per la sepoltura

Dubbi sulla caldaia

Tra i vari accertamenti tecnici l’ufficio del pubblico ministero ha delegato un ingegnere dei vigili del fuoco di effettuare un controllo minuzioso sulla caldaia. I carabinieri e i pompieri intervenuti – dopo la bonifica – all’interno della casa acquistata da poco meno di un anno dalla famiglia Kola non hanno rinvenuto riscontri cartacei e documentazione firmata da un tecnico legata ai controlli o all’installazione della caldaia appena comprata visto che i militari hanno trovato ancora il cellophane a protezione dell’impianto. Il magistrato vuole avere assoluta certezza che non via sia un difetto di fabbricazione della caldaia o un errore nell’installazione dell’impianto stesso.

Riscontri sui tabulati

Non solo. Il magistrato vuol capire se, eventualmente, a montare il termoconvettore sia stato il capofamiglia, Arti Kola, con l’aiuto del figlio o magari di terze persone. Non si spiega infatti la massiccia fuoriuscita di gas dalla caldaia tale da provocare il decesso del nucleo familiare in un lasso di tempo decisamente breve e i malori successivi all’ingresso nella casa dello zio Durim Kola, 42 anni, entrato nel disperato tentativo di salvare i suoi parenti e dei due carabinieri. Per questo e anche per altri motivi – primo tra tutti il ritardo nei soccorsi, dipeso essenzialmente a un errore di comunicazione del figlio maggiore della coppia di origini albanesi che chiamando il 112 alle 19,58 prima di perdere i sensi, sbaglia a fornire il numero civico della sua abitazione traendo involontariamente in inganno l’ambulanza – il sostituto procuratore Paola Rizzo disporrà dell’acquisizione dei tabulati telefonici anche dei soccorritori per ricostruire le ore concitate precedenti alla scoperta dei quattro corpi privi di vita.  

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