Il Tirreno

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La riflessione

Crans-Montana come Corinaldo: il divertimento colpito al cuore – «Profitto e superficialità, così i locali diventano trappole mortali»

di Benedetta Di Perna (*)

	Fiori e messaggi per le vittime di Crans-Montana, a dx l'esterno della discoteca a Corinaldo
Fiori e messaggi per le vittime di Crans-Montana, a dx l'esterno della discoteca a Corinaldo

Il confronto tra la realtà svizzera e quella italiana ci insegna che il pericolo è multiforme: può avere il volto di un incendio o quello di una balaustra che cede

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Il divertimento non può, e non deve mai, costare la vita. A distanza di sette anni, il tempo ci riconsegna l’immagine di una sicurezza fragile, che tradisce i giovani proprio nei luoghi nati per accoglierne i sorrisi. Che si tratti della discoteca Lanterna Azzurra a Corinaldo, in provincia di Ancona, o de Le Constellation a Crans-Montana in Svizzera, il copione iniziale appare identico: una festa, il desiderio di una serata indimenticabile, l’abbraccio degli amici.

In entrambi i casi, però, il confine tra la gioia e il panico è stato varcato in un battito di ciglia. Esiste un filo invisibile, sottile e doloroso, che lega i palchi polverosi di un capodanno alternativo tra le montagne svizzere alle mura medievali di un borgo marchigiano. È un filo fatto di grida nel buio, di ressa incontrollata e della sensazione lacerante che, ancora una volta, i sistemi di controllo hanno fallito davanti al divertimento di centinaia di giovanissimi. È il tema della sicurezza del divertimento, un argomento che torna prepotentemente d’attualità ogni volta che la gioia di una notte si trasforma in cronaca nera.

A Corinaldo abbiamo imparato che il pericolo può annidarsi in un metro quadro di troppo o in un biglietto venduto oltre il limite consentito. Ma la lezione non è bastata. Troppo spesso, la logica del profitto e la superficialità organizzativa trasformano gli spazi di aggregazione in trappole mortali. A Crans-Montana avrebbe potuto esserci chiunque, prigioniero di un inferno di fuoco e illegalità. L’aspetto più sconvolgente è che chi è stato risucchiato da quel vuoto stava celebrando l’arrivo di un anno che non avrebbe mai vissuto: un anno carico di speranze, obiettivi e amore, stroncato in pochi, interminabili secondi. Mentre i sopravvissuti porteranno per sempre le cicatrici, fisiche e psicologiche, di queste tragedie, con l’ombra di un senso di colpa ingiusto: quello di non aver potuto salvare un amico o di essere "quelli rimasti". Ma loro non hanno colpe. I veri responsabili sono coloro che hanno preferito mettere in salvo l’incasso piuttosto che la vita dei ragazzi. Il confronto tra la realtà svizzera e quella italiana ci insegna che il pericolo è multiforme: può avere il volto di un incendio o quello di una balaustra che cede. Proteggere il diritto dei giovani a divertirsi non significa "vietare", ma progettare la gioia. Significa pretendere che l’incolumità non sia mai oggetto di negoziazione.

I ragazzi hanno il diritto di ballare, di urlare per i propri idoli e di tornare a casa con nient’altro che un po’ di stanchezza e un bel ricordo. Finché anche un solo ragazzo proverà paura all’interno di un locale, significherà che non abbiamo ancora fatto nostre le lezioni di Corinaldo e di Crans-Montana.

*Studentessa di 16 anni del Liceo Scientifico XXV Aprile di Pontedera

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