Il Tirreno

Versilia

La protesta

Ospedale Versilia, la denuncia choc: «Costretta ad abortire accanto alle neomamme»

di Luca Basile

	L’ospedale Versilia (foto d’archivio)
L’ospedale Versilia (foto d’archivio)

La rabbia del compagno: «Noi lasciati soli, neanche il personale ospedaliero è tutelato»

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VIAREGGIO. «La mia compagna, al terzo mese di gravidanza, ha scoperto che il feto era morto. Da lì è iniziato un percorso di aborto farmacologico durato 48 ore. Percorso vissuto talvolta nella stessa stanza di donne che stavano per partorire o che avevano appena partorito. Una scelta organizzativa che non può essere chiamata disattenzione: è pura bestialità».

Sono parole intrise di dolore, amarezza e rabbia quelle lasciate in scia da un episodio avvenuto nei giorni scorsi all’ospedale Versilia. «Non si può parlare di malasanità solo quando c’è un errore clinico. Esiste una violenza – racconta il nostro interlocutore – più profonda, sistemica, normalizzata: una violenza istituzionale che si consuma ogni giorno nel modo in cui le donne vengono trattate nel momento più fragili della loro vita. Una violenza che non lascia cicatrici visibili, ma che scava a fondo. L’aborto farmacologico la mia compagna lo ha vissuto all’interno di un reparto di Ostetricia, a pochi metri dalle sale di allattamento e, come detto, talvolta nella stessa stanza di donne che stavano per partorire o che avevano appena partorito. Una scelta organizzativa che non può essere chiamata disattenzione. È difficile immaginare una violenza psicologica più crudele di questa. Non esiste – prosegue – un percorso dedicato, non esiste una separazione, non esiste un accompagnamento psicologico. Non esiste alcuna tutela della dignità emotiva di queste donne, che vengono abbandonate a un vero e proprio lutto profondo mentre attorno a loro la maternità viene celebrata, esibita, imposta. In un Paese che trova miliardi senza battere ciglio per grandi eventi, per le armi, per una politica autoreferenziale e spesso moralmente fallita, è intollerabile che la sanità pubblica non trovi le risorse minime per garantire umanità a chi sta vivendo una perdita che ti spezza».

«Noi ci siamo dovuti rivolgere privatamente a uno psicologo. Un aiuto indispensabile per non cadere giù. Ma quando il sostegno emotivo diventa un privilegio per chi può permetterselo – prosegue – allora il sistema ha già fallito. Per fortuna la mia compagna è una donna psicologicamente forte. Ma lo Stato non può permettersi di selezionare chi sopravvive al trauma in base alla resilienza individuale. Quante donne non ce la fanno? Quante escono da esperienze simili spezzate, segnate, sole? A chi importa davvero? Quando ho chiesto spiegazioni al personale sanitario, non ho trovato indifferenza, ma impotenza. Professionisti lasciati soli, costretti a lavorare in condizioni indegne, mandati in guerra senza armi e poi usati come scudo per coprire responsabilità ben più alte. Perché il problema non è chi lavora nei reparti, ma chi decide come devono funzionare. Il mio non è uno sfogo personale, è un atto di accusa. È rivolto a chi governa la sanità, a chi firma bilanci, a chi parla di diritti delle donne mentre permette che vengano umiliate proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di tutela. Perché costringere una donna a vivere un lutto così in queste condizioni non è una mancanza organizzativa: è una scelta. E ogni scelta ha un responsabile».

L’Asl, contattata nella giornata di ieri da Il Tirreno, procederà, con ogni probabilità, a una verifica interna (audit) per poi entrare più dettagliatamente nel merito della vicenda. 


 

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