Mutualismo, quartieri e sport popolare: i centri sociali toscani oltre gli stereotipi
Dopo il corteo per Askatasuna il dibattito si infiamma, ma nelle città toscane crescono doposcuola gratuiti, palestre popolari e progetti di autorecupero abitativo
Tendere il collo per tirare fuori la testa dal fumo acido dei lacrimogeni e guardarsi intorno. Scoprendo una realtà fatta di lotte nei quartieri, mutualismo, pacchi alimentari e guide su come pagare le bollette. A una settimana dal corteo in solidarietà al centro sociale Askatasuna a Torino, con il corollario di scontri tra forze dell’ordine e alcuni manifestanti, i centri sociali sono ancora al centro del dibattito. In questo tempo lungo – considerato l’ormai breve ciclo di vita delle notizie – da destra (e non solo) sono arrivate condanne, appelli alla chiusura di tutti i gli spazi autogestiti d’Italia e criminalizzazione indistinta di chi vive e anima quegli spazi. L’immaginario sembra però fermo a quello, non meno stereotipato, che si aveva dei centri sociali degli anni Novanta e primi Duemila: spazi occupati, attraversati da decine di culture underground, droghe, concerti fino a notte e conflittualità radicale. I centri sociali, e gli spazi autogestiti in genere, sono cambiati. Diverse realtà sono state sgomberate o hanno perso la forza propulsiva, mentre altre hanno retto all’urto del tempo; soprattutto è cambiata la società e di conseguenza anche le comunità politiche si sono adattate. Vediamo come.
Le realtà toscane
Cpa Firenze Sud, La Polveriera a Firenze, Newroz a Pisa, Ex Caserma a Livorno, Csa Intifada a Empoli, il Cantiere Sociale Versiliese a Viareggio. Con una menzione anche per la Casarossa di Montignoso, sgomberata nel 2024 ma che probabilmente risorgerà in nuove forme. Sono alcune delle realtà, probabilmente le principali, attive in Toscana. Quel che le accomuna, oltre a una vaga collocazione nella fumosa area di “estrema sinistra”, è l’essere sopravvissuti a un perdurante clima di “assedio” esterno, fondandosi sulla capacità delle comunità di militanti di restare piuttosto compatte, unite da una fede politica che, forse banalizzando, si potrebbe descrivere come l’intenzione di trasformare la società dal basso.
E così i centri sociali si sono trasformati in qualcosa di diverso, pur rimanendo fedeli a se stessi. Le occupazioni barricadere e da difendere con la forza a volte hanno preso la forma di convenzioni con le amministrazioni cittadine che in qualche modo regolarizzano e registrano la presenza dei centri nel tessuto cittadino. Accordi sempre soggetti a revisione, com’è successo proprio ad Askatasuna, e che quindi creano una situazione di equilibrio precario.
Nel frattempo però la partecipazione e le forme di lotta sociale si sono moltiplicate, con un forte impulso arrivato nel periodo della pandemia, quando non si potevano vivere gli spazi comuni.
Covid e cambiamenti
A Massa fu occupato lo Spazio Popolare, dove oltre all’esperienza della Palestra Popolare, sulla quale ritorneremo, proprio durante il Covid iniziò un’esperienza di distribuzione dei pacchi alimentari, in convenzione con il Comune, che forniva aiuti a 70 famiglie in difficoltà economica. Lo spazio venne chiuso per qualche tempo da alcuni agenti della polizia municipale, salvo poi una clamorosa marcia indietro, con relativa riapertura, quando gli attivisti fecero presenti che le derrate alimentari erano rimaste chiuse nel posto sgomberato. E per rimanere in ambito alimentare, si pensi all’esperienza del Gruppo di acquisto solidale a Pisa, che durante il periodo pandemico è rimasto aperto negli spazi del Newroz, fornendo un’alternativa politica e commerciale in un periodo in cui la grande distribuzione organizzata vedeva aumentare vertiginosamente i suoi profitti.
Le lotte nei quartieri
Proprio il Newroz è stato protagonista di uno dei laboratori politici più significativi nati all’interno degli spazi sociali toscani. Allargandosi e mettendosi in relazione a uno dei quartieri popolari di Pisa, Sant’Ermete, i militanti hanno costituito la “Comunità di Quartiere” omonima. Da lì sono nate esperienze che sono quanto di più lontano si possa immaginare da scontri di piazza, guerriglia e bombe carte.
È iniziato un progetto di progettazione partecipata degli alloggi popolari nel quartiere, con il progetto di autorecupero di alcuni di questi e una collaborazione tra comitato, Comune e Apes, la società che gestisce il patrimonio destinato alla edilizia residenziale pubblica. Nell’accordo sono previsti la riduzione dei costi per gli abitanti, la sostituzione degli impianti centralizzati con sistemi più efficienti e l’impegno del Comune e di Apes sulla manutenzione straordinaria. Sul fronte morosità, stop al recupero dei debiti pregressi fino al 2022 per gli ex residenti, possibilità di rateizzazione nei nuovi alloggi e tutele rafforzate per chi è in difficoltà economica. E su questa vicenda una studentessa universitaria realizzò una tesi di laurea. Esperienze che legano comunità politiche e cittadinanza.
Il doposcuola e le palestre
Mutualismo è diventata una parola d’ordine per i centri sociali nell’ultimo decennio. Il che significa organizzare attività che vengano incontro a bisogni collettivi laddove sono venuti a mancare. Una delle esperienze trasversali, comune a tutte le realtà menzionate, è quella del doposcuola gratuito. Ore di aiuto compiti, ripetizioni e supporto del metodo di studio. Così lo raccontano dal Cpa di Firenze: «I continui tagli e il conseguente peggioramento del servizio pubblico fanno sì che sia impossibile rispondere ai molteplici bisogni e alle diversificate velocità che questa società ci impone». E in Regione, secondo i dati più aggiornati (risalenti all’anno scolastico 2023-2024) il tasso di abbandono scolastico è al 9.3%, percentuale molto più alta tra i maschi (12,9%) e più bassa tra le femmine (5,3%). Numeri poco sotto la media italiana, ma generalmente più alti rispetto alla gran parte della regioni del Centro e Nord Italia.
O le esperienze delle palestre popolari, anche queste diffuse in tutti i territori. Gestite in forma associativa e senza fini di lucro, con l’obiettivo di garantire l’accesso allo sport a chiunque, a prescindere dalle disponibilità economiche; spesso attive nelle periferie o all’interno di spazi sociali e comunitari. Come il “non luogo” dei campetti de La Fontina a San Giuliano Terme, dove nel 2012 venne occupata una struttura abbandonata, con campi destinati al degrado, e diventata ora punto di aggregazione per decine di persone, dando la possibilità di praticare diverse discipline.
L’esperienza più celebre nata dallo sport popolare in Toscana è forse quella del Lebowski Calcio Popolare, una squadra di calcio fiorentina nata nel 2010 come progetto sportivo autogestito e popolare. È una cooperativa sportiva senza scopo di lucro: le decisioni vengono prese dai soci (tifosi, giocatori e sostenitori) e il club si finanzia dal basso. Gioca nei campionati dilettantistici toscani e promuove uno sport accessibile, inclusivo e radicato nel quartiere dell’Isolotto.
E attorno e oltre al perimetro dei centri sociali si muove una miriade di realtà che in questi anni hanno dimostrato una possente vitalità. Prima fra tutte quelle dei movimenti collettivi transfemministi, queer e pro-Palestina, indubbiamente in grado di coordinare piano locale, nazionale e internazionale, con iniziative che vanno dalla difesa dei consultori ai centri anti-violenza per le donne fino all’enorme mobilitazione contro il genocidio in Palestina e le lotte per il lavoro. Realtà dove generazioni diverse si confrontano, superando i confini e il “feticcio” dello spazio occupato, ma costituendosi di volta in volta sulla base di lotte e partite politiche da giocare. Perché, come dice Giulio, attivista di 22 anni che viene da Massa ma studia a Firenze: «Possono murare i posti, ma non scompaiono le comunità».
