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L'intervista

Lorenzo Zamponi: «Sui centri sociali evocare le Br serve a delegittimare»

di Libero Red Dolce
Lorenzo Zamponi: «Sui centri sociali evocare le Br serve a delegittimare»

Dopo il caso Askatasuna e le parole di Nordio, intervista al docente della Normale di Pisa che smonta l’allarme sul ritorno della violenza armata e analizza trasformazioni, limiti e fragilità del mondo dei movimenti

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Nel pieno del dibattito riacceso dal caso Askatasuna – tra richiami agli anni di piombo e accuse di radicalizzazione – Lorenzo Zamponi prova a riportare la discussione su un terreno meno emotivo e più analitico. Il docente di Sociologia della Normale descrive un mondo dei movimenti cambiato: più ampio e trasversale, ma anche più fragile e discontinuo. E respinge l’idea, fatta baluginare dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che l’Italia sia alle soglie di una nuova stagione di violenza armata.

Com’è cambiato il mondo dei centri sociali?

«Il mondo dei movimenti è ampio e variegato: vive di momenti di partecipazione capaci di superare i propri confini tradizionali. Le mobilitazioni per Gaza, ad esempio, hanno coinvolto una platea più ampia e trasversale. Oggi esiste una galassia di soggetti e sigle più articolata, in cui la forma del centro sociale non è più l’unica né quella dominante, pur restando importante per continuità storica, politica e organizzativa.»

Il ministro della giustizia Nordio ha evocato le Brigate Rosse. Siamo davvero sul punto di ritornare a vedere le P38 nei cortei?

«La violenza è uno dei modi in cui si esprime il conflitto nelle società umane, non bisogna far finta che non sia così. Dire che siamo in un contesto di radicalizzazione o di violenza politica nel nostro paese mi pare una forzatura. L’Italia ha conosciuto stagioni di violenza politica e le ha vissute in termini armati: sia la stagione delle bombe e delle stragi, sia quella del terrorismo armato di sinistra. Quelle erano forme di violenza che stavano in un contesto di accettazione diffusa in determinati mondi. Oggi mi pare che niente di tutto questo esista. Non esiste la legittimazione, non esiste la violenza armata. Mi sembra che si giochi al paragone storico per delegittimare e reprimere.»

Non ci sono possibilità che però si faccia il salto e qualche soggetto si radicalizzi?

«Non vuol dire che non ci sia la possibilità. Bene affrontare i conflitti per mantenere un meccanismo sociale dialogico e non violento. Questo però dovrebbe dare alle istituzioni la responsabilità di prevenire la violenza con un atteggiamento che non sia solo di gestione dell’ordine pubblico nei confronti del conflitto sociale, che comunque si esprime per larghissima parte in forme pacifiche e non violente. Anche episodi che non fa piacere vedere, come l’aggressione al singolo poliziotto, stanno in un contesto di conflitto di piazza in cui la polizia ha avuto un ruolo di primo piano anche nell’usare la forza contro i manifestanti. Sono cose che si possono condannare, ma che stanno su un altro pianeta rispetto alla violenza politica armata che il nostro paese ha conosciuto.»

Le nuove generazioni di attivisti sentono l’eredità della sconfitta post-G8 di Genova?

«Non sono convinto che ci sia stata, in senso storico, quella sconfitta. Gli anni successivi al 2001 sono stati tra quelli di partecipazione più alta nella storia del nostro paese negli ultimi decenni: il Forum Europeo nel 2002, la mobilitazione a difesa dell’articolo 18, quella contro la guerra in Iraq, e poi la ripresa tra il 2008 e il 2011 su università, beni comuni e lotta all’austerità. La fase che stiamo vivendo è contraddistinta da momenti più brevi: penso a ottobre con la questione palestinese o al giugno 2020 con il movimento “Black Lives Matter”. Ondate brevi ma molto intense e con numeri enormi. Non dimentichiamo che il 3 ottobre in buona parte delle città italiane ci sono stati tra i cortei più grandi in termini numerici.»

C’è un problema di continuità?

«Sì, c’è una certa rarefazione delle organizzazioni, una minor presenza partecipata e diffusa della struttura politica nella nostra società in generale. Riguarda partiti, organizzazioni di movimento, sindacati e centri sociali. È una debolezza organizzativa che crea difficoltà a dare continuità ai cicli di mobilitazione. E c’è stato una sorta di addestramento alla sconfitta di lungo periodo: non veniamo da decenni in cui le grandi mobilitazioni di massa hanno vinto battaglie, e questo porta a una bassa percezione dell’efficacia dell’azione collettiva. Le persone tendono a non credere che andare in piazza abbia un effetto sulle loro vite, e magari lo fanno su questioni di grande impatto morale, come nel caso del genocidio palestinese.»

L’attenzione che i media ripongono sui movimenti spesso è catturata solo in presenza di episodi di violenza. Quanto questo danneggia l’azione politica?

«Senza dati a disposizione è difficile valutare l’impatto. Ho la sensazione che ci sia stato un tentativo di delegittimazione, che in parte ha funzionato, e che ci sia stata anche una risposta che ha portato un punto di vista diverso su Torino. E anche quella ha funzionato. Questo sta nella natura della repressione in generale, perché dà spazio al governo per metterla sul piano dell’ordine pubblico e delegittimare la mobilitazione. La repressione subìta crea però in molti un sentimento di solidarietà. C’è il poliziotto colpito, ma d’altro canto ci sono stati tanti manifestanti che hanno subito violenza. Queste immagini hanno avuto più o meno impatto in pezzi sociali diversi.»

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