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Il commento

Meno consumi e prezzi in calo

di Alessandro Volpi
Meno consumi e prezzi in calo

Il carovita frena ma il fenomeno nasconde un paradosso

05 dicembre 2023
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I dati sull’inflazione relativi a novembre indicano un rallentamento rispetto allo stesso mese del 2022. È una riduzione dello 0,8% interpretata da molti analisti come il segnale di una decisa frenata dell’aumento dei prezzi. Una simile valutazione ha molti elementi in grado di suffragarla, a partire dall’analoga tendenza manifestata dall’inflazione in Europa e negli Stati Uniti. Tuttavia occorre tener presenti alcuni aspetti che dovrebbero indurre ad una certa cautela nei giudizi. Il primo è rappresentato dal fatto che, se si considera l’inflazione per l’intero 2023, il dato finale sarà molto vicino al 5,7%; ciò significa che in un anno i prezzi sono saliti, rispetto al 2022 quando già erano assai alti, in maniera decisamente consistente.

Continuano a crescere inoltre, rispetto al novembre del 2023, i prezzi dei cosiddetti beni alimentari non lavorati, fra cui spiccano carne, pesce, frutta e verdura, che hanno registrato una lievitazione quasi del 6% e che, dunque, su base annua hanno conosciuto una vera e propria esplosione. Il secondo aspetto si riferisce invece ai beni che hanno contribuito in misura maggiore al rallentamento dell’inflazione e che sono individuabili nei prodotti energetici, i cui prezzi sono scesi in media del 30%, costituendo una forte componente deflazionistica. Rispetto a tali beni bisogna però specificare che presentano un carattere fortemente speculativo e congiunturale: in altre parole, è possibile che i loro prezzi così come sono scesi, risalgano altrettanto rapidamente per effetto di scommesse al rialzo del tutto sganciate dall’andamento dell’offerta e della domanda reali, seguendo uno schema già manifestatosi fra il 2021 e il 2022.

Considerazioni non troppo diverse sono possibili per i beni agricoli, a cominciare dai cereali, che, con il perdurare dei conflitti, potrebbero conoscere nuove fiammate. Il terzo aspetto è, in realtà, il più sconcertante: alla riduzione dei prezzi sta contribuendo la contrazione dei consumi degli italiani che stanno concentrandosi su quelli essenziali e che devono scontare, appunto, l’inflazione. Il rallentamento dell’inflazione, in quest’ottica, è interpretabile anche come segnale della recessione sempre meno silente nel panorama italiano che fa registrare un dato praticamente stagnante del Pil, destinato, assai probabilmente, ad aggravarsi se la strategia monetaria della Bce non procederà, in maniera rapida, in direzione della riduzione dei tassi d’interesse, prendendo atto del rallentamento dei prezzi. Purtroppo l’impressione che si ricava dalle più recenti dichiarazioni della presidente Lagarde non è rassicurante perché l’intenzione pare quella di un mantenimento dei tassi alti per diversi mesi. Ciò implicherebbe un aggravio dei costi del credito per imprese e famiglie, già esposte per oltre 160 miliardi di euro sul credito al consumo, e per lo Stato nell’emissione del debito necessario a finanziare la spesa che nel 2021-22 ha contenuto il crollo della domanda interna. In sintesi, la frenata dell’inflazione è ancora troppo limitata sia per spingere l’ortodossa, e un po’ ottusa, Bce ad abbassare i tassi sia per consentire al nostro Paese di tirare un sospiro di sollievo. L’Italia non dispone di reali strumenti per agganciare le retribuzioni all’inflazione, con la conseguenza di una perdita di potere d’acquisto del 7,3% nel 2023, la diminuzione più alta in Europa.

 

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