Niscemi, la “madre” di tutte le frane sotto la lente del super esperto che arriva dalla Toscana
Nicola Casagli, professore dell’Università di Firenze, in Sicilia per conto del governo: «In tutta l’Europa meridionale si è costruito su plateau che spesso poggiano sulla sabbia»
«È una delle più grandi frane che abbia mai visto. Una frattura di 4 chilometri e mezzo lunga un chilometro e 700 metri». Da lunedì il professor “frana”, Nicola Casagli, docente del dipartimento di geologia dell’Università di Firenze e uno dei massimi esperti a livello internazionale di frane, è a Niscemi. Casagli è uno degli studiosi più noti per i rischi geologici, instabilità del terreno e tecnologie di monitoraggio e telerilevamento ed è membro della commissione Grandi rischi del dipartimento della Protezione civile nazionale. Ha appena relazionato alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in visita ieri nella città siciliana, sulle caratteristiche e la gravità della situazione.
Professore, è una delle più gravi frane che abbia mai visto?
«Direi che è una delle più grandi frane che abbia visto fino ad ora, una frattura di 4 chilometri e mezzo e al di sotto c’è una grande massa di terreni argillosi che si sta spostando, si sta ancora muovendo. Ma quello che interessa a livello di protezione civile e sicurezza delle persone è capire cosa avverrà a monte della frattura perché lì c’è il centro abitato, la parte storica. Dobbiamo fare delle previsioni adesso, velocemente per capire come si evolverà questa scarpata che poggia su terreni sabbiosi perché non potrà rimanere così per un’altezza verticale di 50 metri. È molto probabile che la frana continuerà ad arretrare ancora un po’».
State usando tecniche di telerilevamento, scanner e droni per monitorare gli spostamenti del terreno?
«Per adesso abbiamo fatto il sorvolo sulla zona con l’elicottero, il sopralluogo sul terreno per vedere se c’erano altre lesioni o avvallamenti, rilievi con droni ma di fatto dei video. Abbiamo commissionato in modo urgente alla Regione Sicilia il rilievo di tutta l’area con strumentazioni particolari quali scanner laser e fotogrammetria “scratch for mission”, per costruire quanto prima un modello digitale del terreno in modo tale da poter fare delle previsioni. Questi strumenti ci danno la realtà del terreno e delle costruzioni, così si possono fare le simulazioni vedendo dove scorre l’acqua, in che stato è la scarpata e poter fare delle analisi quantitative».
Già nel 1997 si era avuto un fenomeno simile a Niscemi. Cosa è stato fatto da allora per attenuare il movimento del terreno?
«Sì, fu allora un fenomeno più piccolo ma esattamente uguale come meccanismo a quello di adesso. Così fu nel 1778. Dopo il 1997 di fatto è stata evacuata buona parte della zona di bordo di Niscemi dove ci fu la frana, lì sono stati demoliti anche edifici che erano stati lesionati e poi è stata fatta della sistemazione idraulica. Non so sinceramente in che condizioni è adesso la rete fognaria; se fosse in condizioni non adeguate, è sicuramente un elemento che contribuisce all’instabilità ma non è il fattore determinante. Qui c’è una instabilità geologica accertata, e il fattore scatenante sono state le tante piogge. Poi concorrono tanti altri fattori, ma che sono collaterali».
Insomma, professore si è costruito là dove non si doveva fare?
«Sì, ma come è avvenuto in tutta l’Europa meridionale. Non è il caso di Niscemi singolo. In questi plateau, come li chiamiamo da un punto di vista geologico, ossia delle colline con la sommità piatta, viene spontaneo costruirci paesi sopra. Queste spianate, però, o sono sabbie o tufo vulcanico, terreni poco cementati e quindi molto instabili. Finché si vive al centro di questi plateau, non si hanno grossi problemi, ma poi con l’espansione urbanistica si arriva sui bordi. Si tratta di placche di sabbia che stanno sull’argilla di estrema instabilità».
Un fenomeno preoccupante in Italia quello delle frane. La Toscana in che situazione si trova?
«In Italia sono 2.500 i comuni perimetrati da analisi di pericolo idrogeologico. In Toscana ci sono molte realtà simili a quella di Niscemi, si pensi a Certaldo, Pitigliano, Sorano o a Pienza che poggiano proprio su terreni sabbiosi. Adesso abbiamo fortunatamente i satelliti radar che ci permettono un monitoraggio costante ad altissima precisione».
Che futuro avrà Niscemi?
«Si dovrà delocalizzare solo quello che è strettamente necessario, ossia la fascia delle abitazioni che si trova a 15-20 metri dalla frattura che vediamo in tutte le foto di questi giorni. Il resto potrà essere recuperato».
Esistono sistemi di ingegneria per contrastare questi fenomeni franosi?
«Esistono ottimi sistemi per mitigare questi fenomeni, ma contrastarli è impossibile. Almeno quello di Niscemi è un fenomeno troppo grande e complesso. Si possono attenuare gli effetti sui bordi, regimare meglio le acque, allungare i tempi di ritorno di questi fenomeni, ma stabilizzare il terreno non è possibile».
.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=812d56f)