Centro storico di Carrara, la delusione del ristoratore: «Droga e serrande abbassate, la sera ho paura»
Parla Daniele Donvito, che a giugno riaprì “Dalle zie” al Duomo: «Non passa mai nessuno mentre, soprattutto in piazza Alberica, c’è uno spaccio che fa paura»
CARRARA. È il 14 giugno 2025 quando nel locale che aveva ospitato il ristorante-cult Dalle Zie - siamo in piazza del Duomo - si riaccendono i fornelli dopo quattro anni di gelo: nuova insegna - si chiama le Follie di Ciccio - menu diverso ma sempre nel segno della cucina tipica della Città dei marmi; lo chef - Daniele Donvito - è lombardo ma ha studiato le ricette carrarine e si fa aiutare da sapienti mani "local".
Poco più che 50enne, bergamasco, turista affezionato della costa apuana, una lunga esperienza nella ristorazione, scommette sul centro storico. Investe. E inaugura: con festa, il 28 giugno, sotto i migliori auspici. Inizia l’estate, ha appena aperto i battenti la rassegna White Carrara dedicata al design e la città sembra una Cena Town. Oggi le Follie di Ciccio è chiuso: per ferie. Riapre il 2 febbraio. Il Tirreno chiede intanto a chef Daniele come sta andando l’avventura imprenditoriale: «Sono deluso - dice - Nel centro storico non passa mai nessuno mentre in piazza Alberica si spaccia droga come si vende al mercato». Poche parole che dipingono un quadro.
Due calcoli
«Ho speso tanti soldi e ho creduto nell’investimento. Il locale e la mia cucina piacciono - dice - ottengo recensioni molto buone (4,8 su 5, in Rete) e non ho mai ricevuto una lamentela». C’è un "però", ovvero, durante i giorni feriali in piazza del Duomo non si batte chiodo o quasi: «In sette mesi ho ospitato due pranzi di lavoro»; «Ho qualche cliente il venerdì, il sabato, la domenica, l’ultimo incasso settimanale è di 217 euro e io devo far fronte a 10mila euro di spese ogni mese».
Riapro sì…
Da lunedì "Ciccio" apparecchia di nuovo la tavola: c’è da chiedersi Donvito con quale spirito affronterà il mese che arriva, che poco invoglia a uscire di casa. «Il 6 febbraio ho una serata di karaoke; ho una prenotazione per un compleanno (non ricordo in quale data); e il 14 febbraio ci sarà una festa in maschera: 35 commensali, posso anche guadagnare 700, 800, mille euro ma è una serata..».
«Quanto si suda...»
L’estate era andata bene e il giro d’affari ha "tenuto" fino a ottobre, seppure disegnando una parabola discendente. «Si va avanti ad alti e bassi e si fatica molto - dice lo chef - Il centro storico è deserto». Impossibile non credergli: il suo ristorante, in piazza del Duomo, è al centro di un crocevia di cinque strade - via Rossi, via Santa Maria, via Nuova, via Finelli, via Ghibellina - lungo le quali Il Tirreno ha contato, di recente, 70 serrande abbassate.
La richiesta
Sta con i piedi per terra il ristoratore. «Non ho grandi pretese io, non voglio fare i milioni - confessa - Vorrei solo lavorare serenamente: tant’è che vorrei chiedere al Comune se può consentire ai miei clienti di parcheggiare nel centro storico, solo il sabato sera e solo d’inverno. Vengono, cenano e vanno via». Sarebbe una strategia per incentivare avventori a prenotare nei locali della Carrara Vecchia; adesso «Devono lasciare l’auto fuori dal centro storico, passeggiare a piedi», e sarebbero disincentivati a farlo.
«Non mi sento sicuro»
Perché è inverno, piove. E poi «C’è brutta gente che gira - riflette il ristoratore - e per piazza Alberica, soprattutto, la sensazione è che ci sia il mercato "libero" della droga. Vai coi soldi in mano, ti vendono di tutto. Io ho paura, la sera, soprattutto. Vorrei veder girare più frequentemente pantere e gazzelle», anche se da dire c’è che polizia e carabinieri circolano in continuazione negli orari serali e notturni nel centro-città. Anche "un tempio" è stato violato, rammenta Donvito: «Hanno rubato pure nel Duomo..», dice. E di episodi poco edificanti da raccontare ne avrebbe altri. «Ricordo quando sentivamo un odore acre e persistente da far girare la testa, di "fumo" (di cannabis, ndr), tant’è che i vicini, alla fine, hanno chiamato il 112». Tra luci spente e frequentazioni che non ti augureresti, chiedere pane al centro storico - un luogo che resta d’un fascino quasi sconcertante - è un’impresa sempre più ardua; e il racconto è al netto della narrazione di chi non ci lavora ma ci abita.
