Il Tirreno

Livorno

L’intervista

Ecco il robot cattolico che dice le preghiere e cita il Papa: «SanTo recita anche l’Ave Maria»

di Francesca Suggi
Gabriele Trovato con un modello di androide a Sendai (Giappone)
Gabriele Trovato con un modello di androide a Sendai (Giappone)

Il ricercatore Gabriele Trovato, da Livorno al Giappone, è una star mondiale: «Qui da 12 anni, sono prof associato all’istituto di Tecnologia di Shibaura»

02 luglio 2023
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LIVORNO.  Quello che gli manca di più in assoluto è il motorino. In Giappone non circola per le strade col vento nei capelli Gabriele Trovato, il primo inventore al mondo di robot cattolici.

Lui che a 42 anni è una star a livello mondiale in questo settore è cresciuto nel quartiere Fabbricotti, alla Villa e poi al liceo Cecioni. E nella sua casa a Tokyo ha bottiglia di ponce, macchina da espresso e caffè in grani, per “non dimenticare” alcuni sapori in quella metropoli dove abita da 12 anni, e oggi all’istituto di tecnologia di Shibaura di Tokio fa il prof associato. «Ho 42 anni ma mi sento di averne sempre 32, questi anni sono volati», racconta dal paese del Sol Levante. «In realtà, non avevo mai studiato robotica in Italia. Sembrerebbe ovvio che per occuparmi di robotica sono andato dove è più avanzata, cioè in Giappone, mentre è successo il contrario, cioè che per poter stare in Giappone mi sono adattato a fare robotica. Nell’ultimo anno mi sono spostato dall’università di Waseda all’Istituto di Tecnologia di Shibaura, sempre a Tokyo, dove ho fondato un laboratorio, che si chiama Lab 22».

Dopo aver creato il primo robot cattolico, SanTo, per il quale il suo nome ha fatto il giro del mondo, sta lavorando a qualche altro progetto “intelligente”?

«La cosa per cui sono più noto è la creazione del primo robot cattolico, chiamato SanTo. Sono stato anche in televisione in vari paesi, tra cui l’Italia (su Striscia la Notizia) . Questa statua interattiva di un santo è stata poi risviluppata, e l’ultima creazione, un agente interattivo dalla forma di un angelo sopra una colonna, si chiama CelesTe. Attualmente sono coinvolto in un progetto europeo grazie a cui 15 CelesTe verranno distribuiti a casa di anziani in Italia (Ancona) , Francia (Parigi) e Germania (Colonia) » .

Che fanno di preciso questi robot?

«Dicono preghiere e citano passaggi della Bibbia e dei Papi: in Italia andranno 15 copie di CelesTe e saranno gestite dal Politecnico delle Marche, verranno date a persone anziane, fa parte di un progetto più ampio tra Unione Europea e Giappone».

Come le è venuto in mente di inventare questa tipologia di autonomi?

«Nella ricerca bisogna sempre inventarsi qualcosa di nuovo».

Ha un sogno nel cassetto legato al suo lavoro?

«Vorrei fondare una start-up. Visto che sono stato il primo a concepire questi robot per uso religioso, vorrei anche essere il primo a portarli sul mercato. Naturalmente, essendo un accademico puro, ho bisogno di partner per poter realizzare questo passo».

In una intervista ho letto che lei ha trovato il modo di lavorare senza fare fatica. Un lavoro che le permette di studiare continuamente ed essere pagato per questo.

«Sì, in effetti l’ho detto! Intendevo dire che a me, fondamentalmente, lavorare nel senso classico del termine, con orari rigidi e compiti imposti, mi ha sempre fatto sentire in gabbia, mentre studiare non mi è mai pesato. Quindi, fare il ricercatore, che significa venire pagato per fare qualcosa che mi piace, per me è in effetti l’ideale. Ora però sono professore, e devo sgobbare come un mulo, altro che senza fatica».

Da Livorno al Sol levante: in che modo è arrivato là?

«È stato un percorso complicato su cui potrei quasi scrivere un libro. In breve, posso dire che il Sant’Anna ha facilitato il primo approccio e successivamente ho vinto la borsa di studio del governo giapponese, piazzandomi tra i primi 8 d’Italia. Ho fatto il dottorato in Giappone e poi proseguito la carriera da ricercatore, vincendo un’altra borsa, ma non è stato un cammino lineare. Ben presto mi spedirono in Germania, e ho passato in totale un paio d’anni tra Europa (Inghilterra, Germania, Olanda, Russia) e America (Stati Uniti, Perù e Brasile) prima di trovare un impiego stabile».

La sua città ha alimentato questa sua passione per i robot e la robotica?

«Non ritengo di essere un livornese tipico, né come carattere né come abitudini. Ma mi fa piacere essere l’unico livornese a Tokyo (e forse in Giappone) e cercare di far conoscere la città. Purtroppo, a chi non ha mai sentito parlare di Livorno, devo dire “vicino Pisa”».

Come ha fatto con la lingua giapponese, magari all’inizio? La sapeva già?

«No, sapevo giusto un paio di parole tipo sayonara e kamikaze. Ho studiato la lingua da solo, sul libro di testo. All’inizio è dura, ma una volta in Giappone si migliora velocemente con la pratica. Le bacchette già le sapevo utilizzare dato che a Livorno lavoravo a un ristorante cinese. Fu abbastanza scioccante per loro vedere che studiavo gli ideogrammi giapponesi e quindi “sbagliati”».

E sulla cucina che equilibrio ha trovato?

«Riguardo alla cucina, mi sono ben organizzato. Ho in casa una bottiglia di ponce, e una macchina da espresso con caffè Pellini in grani. Se mi viene voglia di cacciucco, me lo faccio, tanto qui di pesce ce n’è a volontà. Quello che manca sono dei formaggi e degli affettati decenti. Spesso torno dall’Italia con la valigia carica di “tesori” del saccheggio della Coop».

Cosa le manca in Giappone della sua Livorno?

«Sono cresciuto praticamente in Villa Fabbricotti. Un tempo la mia vita passava tra la “villa” e il Cecioni. Ho un bel ricordo della scuola, e ogni tanto mi capita di salutare i professori. Quello che mi manca tanto è il motorino. Il senso di libertà che ti dà, nel raggiungere qualunque luogo velocemente, sfrecciando tra la brezza».

Quando torna ci sono dei luoghi, dei cibi che ha piacere di ritrovare?

«Mi è sempre piaciuto assaporare il ritorno alla realtà, come risvegliandomi da un sogno. Trovare ogni cosa e ogni persona al suo posto, e far finta di essere anch’io ancora parte di questo ambiente. Per poi ripartire e tornare nel sogno. Col tempo però, molte cose sono cambiate. Tanti negozi sono cambiati; tanti amici sono partiti, o sono sposati con figli. La priorità quando torno è stare più tempo con la famiglia».

Vedendo la sua città da lontano, quali aspetti della mentalità che si impara all’estero, vorrebbe rivedere a Livorno?

«Livorno in effetti manca di un’impronta internazionale, che tra l’altro un tempo nella sua storia aveva. Questo l’amministrazione comunale lo sa benissimo, e per questo condivido con entusiasmo l’iniziativa degli “ambasciatori della città”. Ho fatto dei passi per trovare una città giapponese con cui Livorno possa instaurare qualche rapporto che poi sfoci nel gemellaggio. Ho visitato varie città e ne ho selezionata una che mi sembra l’ideale. L’attuazione però non è facile; c’è anche l’Expo che si terrà a Osaka, che può rivelarsi un’opportunità per mettere in luce qualcosa di Livorno. Ne ho parlato più volte con l’Ambasciata d’Italia in Giappone, con il Comune di Livorno e anche col ministro Tajani. Attendo istruzioni»

Analizzando le differenze sostanziali tra l’Italia e l’estero nel suo settore, cosa consiglierebbe ai giovani livornesi che finiscono le scuole superiori?

«L’Italia per educazione scolastica e universitaria è il top. Poi però manca lo sbocco sul mondo del lavoro. Ai più giovani consiglio di fare un’esperienza all’estero, ma il percorso ideale non è solo andarsene, piuttosto è tornare ed arricchire l’Italia con quanto vissuto all’estero».

E un giorno è intenzionato a tornare in Italia, a Livorno, magari in pensione?

«Al momento sembra preclusa ogni possibilità di tornare in tempi brevi. Ho fatto domanda per l’abilitazione, ed è stata stroncata senza tanti complimenti. Ossia, posso anche essere un professore con cattedra e insegnare ai giapponesi o svolgere ricerca ai massimi livelli, ma non sono “qualificato” per fare domanda a eventuali offerte di lavoro in Italia. Pertanto, per i prossimi anni non ho in programma di muovermi. In pensione chissà, però un desiderio ce l’ho. Se magari un giorno diventassi senatore a vita? ».


 

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