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Firenze

Il futuro della città

Firenze, l’allarme della rettrice: «Col caro alloggi ateneo a rischio» - Gli effetti dell'overtourism sugli studenti

di Mario Neri

	La rettrice Alessandra Petrucci
La rettrice Alessandra Petrucci

Il richiamo alle istituzioni: «Il costo degli affitti rischia di compromettere l’attrattività di Firenze come città universitaria. Serve una strategia comune»

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FIRENZE. La proiezione luminosa di giovedì sera sulla facciata dell’ex Palazzo delle Poste di via Pietrapiana – “Siamo una città, non uno studentato di lusso” – non era solo una trovata scenografica. Era, senza volerlo, un telegramma urbano, quasi una chiamata in correità fra cittadini e istituzioni. E a ventiquattrore dal sit-in dei comitati, la rettrice dell’Università di Firenze, Alessandra Petrucci, fa ciò che finora era mancato: traduce la protesta in un allarme istituzionale. «Il costo degli affitti è diventato insostenibile», dice, «e rischia di compromettere la possibilità stessa di scegliere Firenze come città universitaria». Tradotto: l’ateneo rischia di perdere attrattività, la città appeal come metà di studio e ricerca. E con l’attrattività un pezzo del suo futuro.

È il punto di contatto tra il linguaggio dei comitati e quello delle accademie: la casa non è più una questione sociale, è una questione strategica. Firenze non è soltanto un museo a cielo aperto o un parco tematico del turismo globale, è anche – o dovrebbe essere – una città universitaria. Un’infrastruttura invisibile che produce capitale umano, ricerca, mobilità sociale. Se il costo degli alloggi seleziona per censo, l’università diventa meno aperta, meno inclusiva, meno competitiva. La rettrice lo dice con parole misurate, ma il senso è politico: le politiche urbanistiche degli ultimi anni stanno intaccando un asset decisivo dello sviluppo cittadino, quello che tiene insieme economia della conoscenza e tenuta democratica.

Petrucci individua una causa precisa: la pressione del turismo di breve periodo che riduce l’offerta per residenti e studenti. Non nomina direttamente gli studentati di lusso, ma li incrocia nel discorso quando richiama i presìdi di protesta e chiede una «strategia condivisa e strutturale» per ristabilire un equilibrio urbano. È una frase che pesa, perché suona come una presa di distanza da quella che pare un’inerzia amministrativa: l’università fa la sua parte, dice, è «impegnata ad aumentare i posti» anche con i fondi Pnrr, ma non basta. Il «problema» supera il perimetro dell’ateneo. «Un Ateneo aperto e inclusivo non può prescindere dalla possibilità di vivere nella città in cui si studia». Serve una linea comune «per garantire equilibrio urbano e tutelare il diritto allo studio».

Così, mentre i comitati parlano di “valanga” di strutture private e di città svuotata, la rettrice parla di rischio sistemico. Cambia il registro, non il bersaglio. La protesta di via Pietrapiana, con le colonne di cubi neri abbattute simbolicamente, diventa il prologo di uno scontro più alto: che tipo di città vuole essere Firenze? Una piattaforma di consumo o una comunità che investe sulla formazione?

La risposta dell’amministrazione arriva per bocca dell’assessore all’Università, Dario Danti, che rivendica l’agenda dei progetti pubblici: ex caserma Lupi di Toscana (114 posti), San Salvi (36), Villa Monna Tessa (480). Posti letto pubblici, tariffe calmierate, convenzioni con il Dsu. È il contro-racconto istituzionale: non solo studentati privati, ma interventi che dovrebbero riequilibrare il mercato. Il Comune, dice Danti, considera prioritario intervenire sugli alloggi studenteschi perché il mercato degli affitti è alto ovunque, non solo a Firenze. Argomento vero, ma che rischia di suonare come una diluizione della responsabilità locale.

Il cortocircuito è tutto qui: da una parte la rettrice che avverte che la città universitaria è a rischio, dall’altra il Comune che elenca cantieri e numeri come anticorpi alla speculazione. In mezzo, i comitati che accusano una scelta di fondo: aver favorito, per anni, la trasformazione di immobili pubblici in strutture private per residenti temporanei ad alta capacità di spesa. Non è più solo una disputa tra attivisti e Palazzo Vecchio. È un fronte che si allarga e arriva fino a viale Morgagni, dove l’ateneo misura ogni giorno la distanza fra iscrizioni e metri quadri disponibili.

In coda, inevitabile, la politica nazionale. Fratelli d’Italia coglie l’assist e punta il dito contro le «sciagurate scelte urbanistiche» delle amministrazioni di sinistra e contro la gestione delle residenze pubbliche. Numeri alla mano, sostiene che molti studenti rinunciano all’alloggio gratuito perché le strutture non sono adeguate e i contributi affitto sono marginali. È l’opposizione che fa opposizione: la crisi abitativa come prova generale del fallimento altrui.

Ma il dato nuovo non è la polemica. È che per la prima volta l’università si schiera apertamente sul terreno dell’abitare, riconoscendo che la città sta diventando selettiva. Non solo per chi lavora, ma per chi studia. Firenze, insomma, rischia di essere troppo cara per permettersi la sua stessa università. E quando una città mette in difficoltà la propria funzione formativa, non è più solo un problema di affitti: è un problema di identità.


 

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