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Toscana, settore moda in crollo, 8mila lavoratori nel caos: ecco i dati che raccontano la crisi e gli scenari

di Ilenia Reali
Toscana, settore moda in crollo, 8mila lavoratori nel caos: ecco i dati che raccontano la crisi e gli scenari

Il report Irpet segnala una situazione ancora grave. Il direttore Sciclone: «Gli operatori chiedono la tracciabilità»

07 giugno 2024
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FIRENZE. Il grido di allarme è forte. Tanto che Irpet ha deciso di monitorare la situazione con un report specifico in modo da avere tutti gli strumenti di analisi utili a capire cosa serve per far rialzare la testa al settore della moda, ancora in caduta libera. A marzo, in Toscana, le ore di cassa integrazioni sono state pari al monte ore di lavoro di circa 7.700 dipendenti di cui 6.200 nel settore pelli, cuoio e calzature e 1.500 nel tessile abbigliamento.

Chiusure

Intanto le prime piccole aziende stanno chiudendo (questo dato al momento non è censibile) e i grafici raccontano una congiuntura negativa nella filiera della pelletteria ma «in progressivo ampliamento alle altre specializzazioni e preoccupante in modo particolare per la sua durata». Aggiungiamo che va a colpire la moda dopo una fase di forte crescita fatta eccezione per il periodo pandemico da cui però era uscito con quello che sembrava un rimbalzo.

Difficoltà

Una fase di difficoltà, quella attuale che si è protratta lungo tutto il 2023, senza cenni di miglioramento, almeno sul lato dell’impatto sul mondo del lavoro, e che è proseguita nel primo trimestre 2024: si è passati dal 3,1% di lavoratori in cassa integrazione a gennaio 2023 al 12,9% di marzo 2024 (filiera della pelle) con un peggioramento continuo. Meglio ma non bene il tessile che pur con un andamento più ondulatorio ha assistito a un incremento della cassa integrazioni del 2024 rispetto agli stessi periodi del 2023.

L'analisi

«È una crisi focalizzata sul comparto della pelle», analizza la situazione il direttore dell’Irpet Nicola Sciclone, autore del report con Natalia Faraoni e Marco Mariani. «La situazione – aggiunge l’economista – somma problemi congiunturali con una frenata negli scambi mondiali legata alla situazione geopolitica e all’andamento del ciclo economico con la capacità di spesa delle famiglie che si è ridotta. A questo si sommano alcuni cambiamenti, difficili da valutare come transitori o permanenti, che incidono sulla situazione attuale: per cominciare stiamo parlando di mercati contendibili su cui facilmente si possono affacciare nuovi competitori di Paesi che giocano sul basso costo del lavoro o su normative più elastiche per quanto riguarda l’ambiente». Ma non solo. «C’è un orientamento dei consumatori – dice Sciclone – che sta cambiando, meno legato al consumo di beni ma di servizi, cioè al tempo libero. E poi c’è una variazione della strategia delle aziende del lusso che hanno provato a spostarsi su un segmento di mercato più alto, alzando i prezzi ma abbassando la produzione e riducendo di conseguenza gli ordinativi a quei fornitori di primo e secondo livello a cui per anni avevano garantito una mole di lavoro più alta».

Le terziste

E proprio legato a questo aspetto emerge il fatto che a soffrire di più non sono solo le piccole aziende meno strutturate, ma anche quelle inserite nella filiera come terziste e senza alcun affaccio sul mercato ma in collaborazione solo con altre aziende a loro volta terziste o con rapporti diretti con i brand. Aziende che hanno comunque assunto e fatto investimenti per mantenere un livello di operatività che aveva garantito loro un buon valore aggiunto. Gli operatori, sentiti da Irpet, per elaborare una strategia di breve e di medio termine chiedono più interventi legati alla cassa integrazione in deroga ma anche provvedimenti che rendano le loro aziende più visibili. Un esempio è quello che arriva dal mondo del tessile con il lanificio Manteco che, grazie a un accordo con Zara, appare come produttore della stoffa con cui è confezionato l’abito direttamente nel cartellino attaccato al capo. Un’operazione che garantisce il consumatore che può in parte tracciare la lavorazione di ciò cche compra. «Dai colloqui con le associazioni di categoria emerge che servono fondamentalmente azioni che rafforzino le immagini delle imprese sia come tracciabilità della lavorazione, sia come sostenibilità delle procedure utilizzate e sociale. Gli operatori chiedono una sorta di marchio toscano in modo che si certifichi il rispetto di protocolli. Inoltre vogliono strumenti per fondersi, unirsi, come le aggregazioni tra le imprese. Inoltre evocano una legge regionale sui distretti, un’idea di avere un’entità giuridica».

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