Il Tirreno

Sapori di carta

Quando andar per funghi aiuta l’anima

di Lorenzo Marchese
Quando andar  per  funghi aiuta l’anima

L’Appennino di Sandro Campani come luogo di grandi sentimenti

08 febbraio 2024
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Quando si tratta della letteratura di oggi, viene da prendere una classica, ineccepibile frase di Enzo Ferrari («Gli italiani perdonano tutto, ai ladri, agli assassini, ai sequestratori, a tutti, ma non perdonano il successo») e ritoccarla leggermente in una direzione contigua: a scrittori e scrittrici gli italiani perdonano tutto, ma non la serietà, non l’onestà di argomenti e linguaggio. Almeno, questo viene da pensare di getto una volta chiuso “Alzarsi presto: il libro dei funghi (e di mio fratello)”. Lo ha scritto Sandro Campani, classe 1974, al suo quinto libro dal 2005, già distintosi, presso i felici pochi che se n’erano accorti, per il romanzo-conversazione “Il giro del miele” del 2017.

Al centro di questi libri c’è la montagna in cui è nato e vissuto, per la precisione l’Appennino tosco-emiliano: che, sulla pagina, ha poco a che spartire con quella buona per tutte le stagioni e i palati (e pronta a trasformarsi in nota di colore, intermezzo-réclame) di Mauro Corona, o con quella rarefatta, sapienziale e tutto sommato intercambiabile di chi, come Paolo Cognetti, viene da una prima metà della vita passata nelle metropoli.

La montagna di Campani è un luogo concretissimo e non scontato, immerso in “una luce che si deposita e pesa”, che merita di essere capito, non amato acriticamente. Dà lavoro a chi, come il fratello Pietro, lo ha scelto per cercare funghi e tartufi. Serve al recupero di un senso del tempo largo, quello naturale, che non funge da rifugio terapeutico per l’ansia cittadina ma spinge a comprendere la mancata sincronia fra tempo umano e tempo naturale (“Il bosco non sta lì per salvarci”). È il terreno di confronto e dialogo dei due fratelli con le presenze fugaci e diverse dell’ecosistema, fra cacciatori, Elfi, eremiti, toscani (i diffidenti “Toschi”, la cui antropologica diversità sul confine appenninico viene segnata in pagine spassose). È, infine, l’occasione per istituire con gli animali un rapporto di collaborazione e intesa, e non solo, come ormai sempre più succede nell’Antropocene, di osservazione bonaria e impartecipe. Su tutti, spiccano i cani da tartufo, una misteriosa pecora rossa al centro di una sequenza che ha dalla sua l’evidenza del fatto reale e l’apertura della fiaba, le vipere che figliano sugli alberi (suggerendo con spaventosa tranquillità che i viperini "possano caderti addosso da un ramo e morderti sul collo").

Sul terreno di questo bosco scritto crescono disordinate le memorie di prima mano (di un territorio che negli anni Settanta ha coltivato invano l’illusione “fugace, e per questo più feroce” di arricchirsi col turismo d’alta quota) e le sfide ansiogene del presente (lo spopolamento, il cambiamento climatico). Campani vi si orienta con sicurezza, facendo di “Alzarsi presto” uno splendido vademecum per chiunque abbia in mente di andare a funghi sugli Appennini, arricchito da un bel glossario finale. Dietro, come accade alla grande letteratura imperdonata, si annusano le tracce di un rapporto fraterno dalle radici profonde. Fra Pietro e Sandro scorre la gioia autentica, di dolore e nostalgia, per ciò che da bambini era inseparato, e che l’età adulta mette a repentaglio. Lo prova l’unico capitolo non boschivo del libro, spiazzante, sulla loro partecipazione sanguinosa al G8 di Genova.

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