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Prato

L’inchiesta

L’AI nei programmi dei candidati a sindaco, ma c’è anche chi li scrive da solo: la “mappa” a Prato – Dati e analisi

di Mario Neri

	(foto di repertorio)
(foto di repertorio)

La tendenza: i partiti di governo aiutati dalla macchina, quelli di lotta no. Che cosa emerge

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PRATO. Dopo Pistoia, Prato. Dopo i programmi dei candidati sindaci pistoiesi passati al setaccio dei detector, con il sospetto forte che la politica abbia già cominciato a delegare alla macchina non solo la forma ma anche una parte della propria voce, il Tirreno allarga l’inchiesta.

Stesso metodo, nuovo campo di prova: i programmi dei candidati sindaci di Prato sottoposti a Gemini, il sistema di Google, e a ZeroGpt, uno degli strumenti di detecting dell’AI utilizzati anche dai docenti universitari per intercettare studenti guasconi che si son piazzati davanti allo schermo a veder lampeggiare il cursore fino alla fine della tesi.

Ne viene fuori una mappa curiosa, forse perfino impietosa. Gli schieramenti più borghesi, più convenzionali, più abituati alla grammatica amministrativa del governo e della competizione elettorale, quelli che il potere lo accarezzano da tempo, l’AI la usano. Eccome. Certo, chi più, chi meno. A volte la saccheggiano. A volte la chiamano soltanto per mettere in ordine la stanza. Il pensiero radicale o laterale invece resiste, quasi la ripudia. I compagni, almeno stavolta, non vogliono il robot in sezione.

Il caso più imponente è quello di Matteo Biffoni. Anche perché il programma del già sindaco dem richiamato dal partito al sacrificio dopo l’onta di Bugetti è un corpo enorme, oltre 135mila caratteri, un documento che da solo sembra un piccolo piano strategico della città. TextGuard, un altro portale che scova le tracce della macchina, gli attribuisce il 73% di testo creato con l’AI. Gemini va perfino oltre nella lettura qualitativa: non un semplice intervento di correzione, ma un ruolo «strutturale massiccio», con una quota stimata tra l’80 e il 90% della redazione materiale.

La macchina, secondo l’analisi, non inventa Prato. Non potrebbe. Dentro ci sono SicurFAD, Gello Living, Prisma, Fondazione PIN, Climate City Contract (quanto inglese Biffo: Gello Living, poi, diventerà un must), mozioni, indici Istat, distretto tessile ecc. Ma su questa massa di dati reali cala una lingua levigata, simmetrica, più che accademica. Elenchi puntati come se piovesse, formule di raccordo da manuale («In questo quadro», «Non è un esercizio di stile», «Un elemento qualificante della nostra proposta è») e poi una densità da catalogo globale delle buone pratiche: One Health, modello 3-30-300 (ormai è il mantra delle città spugna), landscape urbanism, città dei 15 minuti (un altro gold standard del green). È la Prato reale filtrata da un’intelligenza che sembra sapere tutto e non aver mai avuto l’incazzatura da coda sulla Declassata.

ZeroGpt è più prudente. Per Biffoni vede parti tutte umane, dall’introduzione al piano per il lavoro, altre con percentuali più basse: 13,6% dalla piattaforma SicurFAD allo sviluppo economico, 18% dalle politiche per il cibo alla mobilità, 20% su rifiuti e sanità, 18,9% su abitare e emergenza abitativa, 19,2% da violenza di genere a immigrazione. Dalla rete bibliotecaria alla cultura fino alla fine torna il 100% umano. Ma la traiettoria resta: nella versione Gemini, Biffoni è il candidato più parcheggiato nella grande officina linguistica dell’AI. A sua parziale scusante c’è appunto la mole del programma, che forse spiega la tentazione di chiamare un copilota per attraversare il deserto dei capitoli, soprattutto se ti dicono che dovrai correre all’ombra del Datini all’ultimo momento.

Sul versante opposto, ma sempre dentro la politica di governo, c’è Gianluca Banchelli. Gemini colloca il candidato di FdI, FI e Lega in una fascia intermedia, con un intervento stimato tra il 50 e il 60%. Non il ghostwriter totale, non la penna grezza. Piuttosto una co-scrittura. Il segnale è nella gabbia, analizza Gemini: ogni capitolo si chiama “Prato, Insieme per...”, poi una frase d’effetto, sotto-aree ordinate, la chiusura con «Obiettivo:». Troppo pulito. Troppo ripetuto. Troppo uguale a se stesso. Gli input sono locali: PrismaLab, Settembre pratese, Palazzo Pretorio, ospedale, sicurezza nei parchi, traffico. La macchina, secondo Gemini, prende questi appunti e li trasforma in blocchi prefabbricati. ZeroGpt, però, abbassa molto il tiro: appena 10,2% di AI. È la solita distanza tra strumenti diversi, ma anche qui la proporzione politica rimane leggibile. Banchelli usa l’AI come ingegnere del testo, più che come autore ideologico.

Claudio Belgiorno è l’altro caso pesante. Il suo programma supera i 52mila caratteri, quindi anche qui vale la scusante della lunghezza. Gemini parla di uso «pervasivo», tra il 75 e l’85%. Ogni macro-area si apre con un’introduzione teorica, prosegue con punti d’azione, si chiude con formule standardizzate: «È questo il nostro impegno», «È questo il nostro patto con Prato», «con fatti e non con parole» (qui l’AI, forse, ha riadattato la Zeling di Palmiro Cangini). Dentro ci sono quartieri, frazioni, ex Creaf, Lungobisenzio, Protezione civile all’Ippodromo. Ma la lingua sembra uscire da un nastro trasportatore: sicurezza come diritto fondamentale, degrado come destino non inevitabile, sanità come priorità assoluta, città resiliente (basta con “resiliente”, perdiana!), controllo predittivo, adattamento climatico.

ZeroGpt anche qui riduce: premessa umana, sicurezza al 9,8% AI, rischio idrogeologico al 29,4%, turismo al 10%, disabilità al 19,6%, giovani al 10,18%, urbanistica e viabilità al 17,3%, conclusione umana. Resta l’impressione di una destra civica che dà alla macchina il compito di rendersi amministrativa, rispettabile, inamidata.

Diverso il caso di Jonathan Targetti. Gemini gli assegna un intervento tra il 25 e il 35%. Il programma è più breve, più secco, più nervoso. La premessa picchia: «stagione tra le più buie», «paralisi istituzionale», «ombre inquietanti», perfino sarcasmi su parentele e partecipate. Qui l’AI, quando appare, sembra chiamata dopo, per ripulire, raccordare, dare un velo istituzionale a una scrittura nata da appunti politici. Lo si vede anche in alcuni passaggi più tecnici. ZeroGpt lo considera al 100% umano. E questa volta la macchina giudicante, paradossalmente, assolve il candidato molto più di quanto faccia Gemini.

Poi arrivano gli irregolari. Enrico Zanieri, il candidato rosso, per Gemini, è praticamente a quota zero, sotto il 5%, l’AI è al massimo un correttore di bozze. ZeroGpt conferma: totalmente umano. Il suo testo ha periodi lunghi, subordinate, asperità, lessico politico di classe, pace, lobbies di potere, frattura, benessere collettivo. È una scrittura che non cerca la fluidità, non vuole la palestra algoritmica della chiarezza. Zanieri ripudia la guerra e la cibernetica, non vuole trasformarsi in un fantasma. Fra i sommersi dell’AI, lui è un salvato del vecchio mondo. Magari un’anima misoneista, verghiana; forse verrà spazzato via, resterà stramazzato sulla spiaggia dei vinti dal digitale, ma non vuole farsi vincere dai robot e da questa modernità di codici.

Emilio Paradiso è l’altro umano, almeno per Gemini: AI nulla o trascurabile, sotto il 5%. Un programma breve, poco più di 5mila battute, quasi una cartella Word. Diretto, frammentario, asimmetrico. Si parla di Pallagrossa in piazza Mercatale, sottopasso del Soccorso, museo archeologico di Gonfienti, Galceti. Nessuna sovrastruttura, nessuna città dei 15 minuti, nessun lessico globale. ZeroGpt però gli attribuisce il 24,4% di AI. Forse perché in un testo così corto bastano poche frasi più ordinate per spostare la lancetta. Forse perché anche i detector, come gli umani, a volte si contraddicono.

Il problema non è di metodo. L’AI si può odiare, ma non demonizzare. È e può essere un prezioso strumento di supporto nella scrittura per chi non ha una specifica professionalità. Il problema è politico. Soprattutto quando si affida all’intelligenza artificiale non solo il compito di ripulire il testo da imperfezioni tecniche, ma la responsabilità di perfezionarlo nei contenuti. Perché l’AI inevitabilmente standardizza, smussa, appiattisce. Trova soluzioni mediane, storicamente validate. Ma guarda indietro, al suo hardware di memoria preconfezionata, non avanti verso una visione. La macchina può scavare nel passato, non potrà mai tracciare un futuro, suggerircelo, darci un orizzonte.

Ci costruisce l’immagine migliore, socialmente accettabile, della politica e delle dottrine politiche più convenzionali e normate che abbia prodotto finora la storia. Fatevene una ragione, si potrebbe dire rovesciando il “generale disagio”: l’AI anormale non è, vi propinerà una normalità politica. Piatta, senza guizzi, senza intelligenza emotiva, senza improvvisi scarti di genialità. L’AI non è un genio della lampada: non esaudisce desideri, fa desiderare ciò che è già stato esaudito.

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