Il Tirreno

Prato

Le indagini

Sfruttamento sistematico, trema il “distretto parallelo” di Prato

di Paolo Nencioni

	La protesta del 2021 del Sudd Cobas davanti al negozio di Piazza Italia ai Gigli
La protesta del 2021 del Sudd Cobas davanti al negozio di Piazza Italia ai Gigli

Il caso del commissariamento di Piazza Italia è solo la punta dell’iceberg e potrebbe essere il primo di una lunga serie

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PRATO. Potrebbe scoperchiare il classico vaso di Pandora l’inchiesta della Procura di Prato che ha portato al commissariamento del noto brand Piazza Italia, con sede a Nola, accusato di aver dato importanti commesse per la produzione di capi d’abbigliamento femminile a due confezioni cinesi di Prato (la Chic Girl e la Infinity Design che si sono avvicendate in un capannone di via Galcianese 50), a loro volta sanzionate per lo sfruttamento della manodopera.

La colpa del committente, in questo caso, sarebbe di non aver vigilato sulle condizioni di lavoro nelle due confezioni, preoccupandosi solo della qualità del prodotto che veniva consegnato. Per questo il Tribunale di prevenzione di Firenze, accogliendo la richiesta della Procura, ha nominato l’avvocato Marcella Vulcano come amministratore giudiziario che dovrà rivedere i contratti con le aziende fornitrici per escludere quelle accusate di sfruttamento della manodopera e intermediazione illecita del lavoro (il cosiddetto caporalato).

Potrebbe aprire un vaso di Pandora, quest’inchiesta, se non sarà un caso isolato ma il primo di una lunga serie. Le premesse ci sono tutte. Basti pensare ai tanti controlli che vengono fatti nelle confezioni e nelle stirerie cinesi del “distretto parallelo”. Spesso vengono trovati lavoratori irregolari perché senza permesso di soggiorno o senza contratto, ma vengono anche trovati i cartellini o i contratti coi marchi della grande distribuzione dell’abbigliamento. Se d’ora in poi si farà due più due, se si risalirà la filiera e si accerterà che il committente non si è preoccupato delle condizioni di lavoro del fornitore, lucrando sulle tariffe, allora quella di Piazza Italia sarà solo la punta dell’iceberg e altre misure di prevenzione potrebbero scattare.

La strada è stata aperta già molti mesi fa dal sostituto procuratore di Milano Paolo Storari, che ha ottenuto l’amministrazione giudiziaria per numerosi grandi marchi, tra cui Loro Piana, contestando lo stesso meccanismo, cioè l’affidamento delle commesse che poi, nel caso di Loro Piana, venivano subappaltate ad aziende che sfruttavano i lavoratori.

Fino a lunedì la Procura di Milano era stata l’unica a battere questa strada, nonostante il sistema funzioni da anni, non solo nel settore abbigliamento. Ora anche la Procura di Prato si sta muovendo in questa direzione, e il clamore suscitato dal caso Piazza Italia potrebbe spingere altri marchi a scegliere fornitori che non sfruttino la manodopera, per evitare il rischio di essere commissariati.

«Sì, il caso di Piazza Italia può essere il primo di una lunga serie – commenta Luca Toscano del sindacato Sudd Cobas – Dipende dalla volontà e certamente è un fatto positivo. Tutte le aziende del distretto lavorano conto terzi per qualcun altro e se si vuole incidere sul meccanismo dello sfruttamento bisogna agire su questo qualcun altro». Toscano e il Sudd Cobas si erano già imbattuti in Piazza Italia nel 2022. «Facemmo presidi davanti al negozio dei Gigli per un’altra stireria confezione cinese, che sparì – racconta il sindacalista – Ne nacque un procedimento davanti al giudice del lavoro al quale la confezione non si è nemmeno costituita. I lavoratori hanno vinto la causa ed è stato ordinato il reintegro oltre al pagamento dei danni, ma gli operai non hanno visto un euro. Questo per dire che spesso la via giudiziaria, che tutti ci esortano a seguire, è spesso un’arma spuntata di fronte a certe aziende. La sindacalizzazione e la lotta davanti ai cancelli purtroppo è spesso l’unica strada. E poi certo bisogna agire sui committenti, come noi stiamo già facendo. Finalmente anche le Procure lo fanno».

Secondo Luca Toscano non c’è solo la questione dei mancati controlli sulle condizioni di lavoro da parte dei committenti; c’è anche la questione delle tariffe. Se il committente impone tariffe da fame, è inevitabile che il fornitore faccia lavorare i suoi dipendenti in certe condizioni, sulla pelle degli operai, altrimenti non potrebbe onorare il contratto. 

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