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La sentenza

Prato, il figlio dell’ex vicesindaco condannato per violenza sessuale su una minore


	Gabriele Borchi
Gabriele Borchi

Sette anni di reclusione a Gabriele Borchi, coordinatore provinciale vicario di Forza Italia, al termine di un processo molto combattuto

05 luglio 2024
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PRATO. Sette anni di reclusione, sei mesi in più di quanto aveva chiesto il pubblico ministero Laura Canovai

La sentenza

Questa la condanna inflitta venerdì 5 luglio, a Gabriele Borchi, 48 anni, coordinatore provinciale vicario di Forza Italia e figlio dell’ex vicesindaco Goffredo Borchi (ai tempi della giunta Cenni), che è stato riconosciuto colpevole di violenza sessuale nei confronti di una ragazza che all’epoca dei fatti, dieci anni fa, non aveva ancora compiuto 14 anni. La sentenza è stata letta poco prima delle 19 dal presidente del collegio, Francesco Gratteri.

Il processo

Si è chiuso così, dopo un lasso di tempo oggettivamente eccessivo anche per i canoni della giustizia italiana, un processo che nel gennaio 2017, quando Borchi fu arrestato su richiesta del sostituto procuratore Antonio Sangermano, fece grande scalpore: per il reato contestato e per la persona alla quale veniva contestato.

Il fatto

A puntare il dito contro Borchi era stata nell’autunno del 2014 la figlia di una donna con la quale Borchi aveva avviato una relazione e fu la donna, dopo aver raccolto le confidenze della figlia, a presentare una denuncia ai carabinieri, secondo la quale l’uomo, all’epoca trentottenne, aveva riservato attenzioni particolari anche alla ragazza. A sostenere l’accusa c’erano, oltre al racconto della figlia, anche alcuni messaggi abbastanza espliciti sul telefonino della ragazza e le testimonianze degli amici coi quali lei si era confidata. Borchi, difeso dagli avvocati Tesi, Nesti e Ciappi, ha sempre negato tutto sostenendo che la madre della ragazza l’aveva spinta a muovere false accuse per vendicarsi del fatto che lui non avesse voluto avviare con lei una relazione alla luce del sole lasciando la fidanzata dell’epoca.

Le reazioni

«La decisione del Tribunale ci lascia perplessi – ha commentato l’avvocato Ciappi – perché onestamente c’erano tante ragioni, basate su altrettanti elementi, che erano idonee a porre in un cono d’ombra di dubbio l’ipotesi accusatoria. Ma sempre, specialmente quando si crede nella non colpevolezza del proprio assistito, è vietato  sottrarsi all’onere della difesa e si devono affrontare anche cause complesse che espongono a rischio di condanna. Non è la prima e purtroppo non sarà l’ultima, ma come sempre, leggeremo la sentenza e proseguiremo la battaglia in appello. D’altra parte la parola fine la scrive la Corte di Cassazione. Avremo altre occasioni per sostenere le nostre ragioni».

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