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Pisa, neonato morto dopo la caduta in ospedale: risarcimento ai familiari. La mamma: «Chi entra in un Pronto soccorso merita cure adeguate»

di Luca Cinotti
Pisa, neonato morto dopo la caduta in ospedale: risarcimento ai familiari. La mamma: «Chi entra in un Pronto soccorso merita cure adeguate»

Raggiunto l’accordo tra le parti dopo quasi otto anni dalla tragedia. La parte penale che aveva visto quindici persone indagate si è chiusa con l’archiviazione

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PISA. Dopo quasi otto anni di dolore, carte bollate e udienze davanti ai giudici, arriva la parola fine su una tragica vicenda che, a maggio 2018, scosse la città: è stato trovato un accordo sul risarcimento che l’Aoup dovrà riconoscere ai familiari di un neonato che morì dopo essere caduto dalla braccia del padre che lo stava allattando. Complessivamente l’azienda ospedaliera dovrà versare 233mila euro.

La tragedia ebbe luogo nella notte tra il 26 e il 27 maggio 2018 quando il piccolo, nato prematuro in un parto gemellare, cadde dalle braccia del padre e batté la testa sul pavimento: venne portato al pronto soccorso e poi alla terapia intensiva neonatale del Santa Chiara, ma non ci fu niente da fare.

Dal punto di vista penale, la vicenda si concluse con l’archiviazione di tutti i 15 indagati: il padre (come atto dovuto), medici, infermieri, radiologi, anestesisti dell’Aoup, due medici del Meyer e personale del 118. La consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero, si concluse con l’esclusione di profili di negligenza o imperizia di rilevanza penale, sia a carico del padre (la cui condotta veniva qualificata come fatalità), sia a carico del personale sanitario coinvolto.

Le regole dei procedimenti penali, però non coincidono con quelle dei processi civili, dove vige il criteri del «più probabile che non». Così, nel marzo 2022 la madre del piccolo, in proprio e quale genitore esercente la responsabilità genitoriale sui due fratelli minori del neonato deceduto, e la nonna materna, supportati dall’associazione Cittadinanzattiva Toscana – Tribunale per i diritti del malato di Pisa e assistiti dagli avvocati Simona Baldi e Nicola Favati del foro di Pisa e con la consulenza del medico legale Valentina Bugelli (Università di Parma) e di Dario Galanti (presidente della Società italiana di anestesia, analgesia e terapia intensiva pediatrica) notificarono ad Aoup e Asl un ricorso per una consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite. Il collegio di periti nominato dal giudice individuò profili di responsabilità sanitaria a carico dell’Aoup (escludendo l’Asl) per errata diagnosi iniziale (cefaloematoma in luogo della più grave emorragia subgaleale), ritardi terapeutici, carenze strumentali e organizzative del Pronto soccorso, monitoraggio insufficiente, terapia trasfusionale e infusionale sottodimensionata, mancato tempestivo trasferimento al Trauma Center pediatrico del Meyer. In sostanza, comportamenti che avevano ridotta la chance di sopravvivenza circa del 50%.

Davanti il rifiuto della conciliazione da parte dell’Aoup, nel giugno 2023 i familiari ripartirono con un nuovo ricorso per chiedere l’accertamento della responsabilità dell’Aoup. Il Tribunale decise di rinnovare la consulenza con un nuovo collegio di periti. Il loro elaborato rilesse la vicenda, individuando la causa diretta della morte in uno choc emorragico non riconosciuto e non trattato secondo le linee guida internazionali di riferimento.

A questo punto il giudice formulò una proposta di conciliazione, che è stata poi accettata dalle parti con Aoup che risarcirà «senza riconoscimento di responsabilità alcuna ma a scopo meramente transattivo».

«Il compito del Tribunale per i Diritti del Malato – commenta Marco Frediani, coordinatore di Cittadinanzattiva Pisa – è sostenere la sanità pubblica nei suoi livelli di eccellenza e promuovere il diritto alla salute come bene fondamentale di ciascun cittadino. Auspichiamo che l'Azienda tragga da questa vicenda l'occasione per una verifica interna dei protocolli, perché ciò che conta, oltre al risarcimento, è che vicende analoghe non si ripetano».

Le parole della mamma

«Non ho intrapreso questa causa per denaro. Nessuna somma può restituire ciò che ho perso, e quanto è stato accantonato per i miei figli sopravvissuti servirà al loro futuro. L’ho intrapresa perché ritenevo, e continuo a ritenere, che chi entra in un Pronto Soccorso con un neonato in braccio abbia diritto a essere capito, ascoltato e curato secondo le regole della buona medicina; e perché quando questo non accade, qualcuno deve poterlo dire e qualcuno deve poterlo ascoltare». Queste le parole della madre del piccolo morto nel 2018 dopo l’accordo con l’Aoup.

«Quello che è accaduto in quelle ore è entrato dentro la nostra famiglia e non se ne è più andato – prosegue –. Per quasi otto anni abbiamo cercato di capire cosa fosse esattamente accaduto. La via penale si era chiusa nel 2018 senza individuare responsabilità. La via civile, percorsa con i nostri avvocati, ha invece portato due distinti collegi peritali nominati dal Tribunale ad accertare una serie di carenze nelle cure ricevute da mio figlio al Pronto Soccorso, che secondo i consulenti del giudice gli hanno fatto perdere quasi metà delle sue probabilità di sopravvivere. L’Aoup ha scelto di accettare la proposta conciliativa formulata dal giudice. Lo ha fatto, formalmente, senza ammettere alcuna responsabilità. Comprendo le ragioni tecniche di questa formula. So però anche che senza il lavoro paziente dei consulenti d’ufficio e senza la disponibilità del Tribunale a costruire una via d’uscita ragionevole, di tutto questo non sarebbe rimasto nulla».

La madre spiega di aver contestato non «i limiti umani di chi cura, ma le carenze organizzative di una struttura che non era pronta ad accogliere un neonato traumatizzato e che, soprattutto, non ha saputo riconoscere in tempo la gravità del quadro per inviarlo dove sarebbe stato curato meglio. Mi auguro che questa vicenda lasci una traccia utile. Che dentro al sistema sanitario qualcuno si fermi a leggere queste pagine e si chieda se, oggi, un altro neonato nelle stesse condizioni troverebbe una catena dei soccorsi capace di riconoscerlo, di parlare la lingua giusta, di indirizzarlo subito verso il centro di riferimento regionale. Ringrazio i miei avvocati, che mi hanno accompagnata con rispetto e competenza in un percorso lungo e doloroso. Ringrazio i consulenti tecnici che hanno accettato di lavorare senza sconti su una vicenda difficile. Ringrazio il giudice che ha avuto il coraggio di proporre una soluzione, anziché lasciare che il tempo erodesse ogni cosa».

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