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Italia fuori dai Mondiali di calcio 2026, le riflessioni di una studentessa sulle parole di Gravina: «Non ci sono sport di serie A e di serie B»

di Benedetta Di Perna *
La delusione azzurra
La delusione azzurra

L’impegno che va oltre il fatturato e quell’errore di prospettiva che svilisce le fondamenta della cultura atletica

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Le recenti dichiarazioni di Gabriele Gravina sul sistema sportivo hanno sollevato il velo su una realtà spesso distorta da etichette burocratiche e gerarchie finanziarie: definire “dilettantistici” gli sport che non muovono i volumi d’affari miliardari del calcio rappresenta, nei fatti, un errore di prospettiva che svilisce le fondamenta stesse della cultura atletica.

Visioni distorte

Questa visione distorta tende a confondere la capacità di generare profitto con il valore intrinseco del gesto sportivo, creando una dicotomia pericolosa tra discipline di serie A e discipline di serie B basata esclusivamente sul fatturato.

L’affermazione del presidente (dimissionario) della Figc appare errata poiché lui ignora che la professionalità non risiede nel conto in banca di un atleta, ma nella qualità del lavoro svolto, nella frequenza degli allenamenti e nella dedizione totale alla propria disciplina. Ridurre la complessità dello sport italiano a una questione di ingaggi significa tradire il sacrificio di migliaia di atleti che, pur operando in regimi contrattuali tecnicamente dilettantistici, conducono vite da professionisti assoluti, sottoponendosi a regimi di preparazione che nulla hanno da invidiare a quelli dei calciatori più pagati.

No alla burocrazia

Questa categorizzazione burocratica occulta una verità innegabile: l’eccellenza sportiva non è un prodotto del mercato, ma della perseveranza, e applicare l’etichetta di “dilettante” a chi dedica l’intera esistenza al superamento dei limiti umani è una svalutazione culturale che colpisce il cuore del movimento olimpico.

La ginnastica ritmica

Se si analizza, ad esempio, la ginnastica ritmica, ci si accorge che di dilettantesco non c’è assolutamente nulla. Al contrario, si palesa un professionismo dell’anima e del corpo che richiede una disciplina e una dedizione persino superiori a quelle di molte discipline più ricche.

Queste atlete non scendono in pedana per un ingaggio o per il mero ritorno economico; la loro è una missione che trascende il profitto, alimentata da una concentrazione feroce che trasforma il sacrificio quotidiano in un’opera d’arte in movimento. In questo scenario, il termine “dilettante” sbiadisce di fronte al rigore di allenamenti che iniziano all’alba e finiscono al tramonto, tra i dolori muscolari e la ricerca ossessiva della perfezione coreografica.

Il sacrificio

Le ginnaste della ritmica sono professioniste del sacrificio: ogni lancio di clavette e ogni movimento del nastro sono studiati per onorare una nazione intera. Non si gareggia per accumulare ricchezze, ma per il prestigio di vedere il Tricolore issato sul pennone più alto.

La vittoria non si traduce in bonus contrattuali, ma nell’orgoglio di regalare alla propria patria un momento di gloria immortale. È un amore puro per la bandiera, una forma di patriottismo sportivo che trova nella fatica la sua massima espressione.

Pregiudizi

Definire tutto questo semplicemente “sport dilettantistico” è riduttivo; è, in realtà, la forma più alta e nobile di dedizione al proprio Paese, dove il valore di una medaglia pesa molto più dell’oro di cui è fatta.

* Studentessa di 16 anni del Liceo XXV Aprile di Pontedera

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