Livorno, tre mesi fa il delitto al Castellaccio: l’amante della vittima è scomparsa
La donna aveva trascorso la giornata con Yilmaz Tas, il richiedente asilo curdo giustiziato. È stata uccisa o è complice dell’assassino? La compagna invece si trovava in Turchia e ha poi chiesto di poter vedere la salma
LIVORNO. Di lei, dopo tre mesi, ancora nessuna traccia. Come per l’assassino. Le sue ricerche erano scattate al Castellaccio, con l’impiego di decine di volontari, vigili del fuoco, agenti, cani e droni. Per estendersi a tutta Europa. Era con Yilmaz Tas – il trentenne curdo gambizzato e ucciso la sera del 7 giugno scorso con due colpi di pistola, di cui uno alla testa, nel parcheggio del centro sociale “Fabrizio Gioli” – nella villa da sogno presa in affitto per un mese a pochi metri dal luogo dell’esecuzione. E il giorno prima, una domenica, la coppia era insieme a scambiarsi effusioni in piscina. Poi l’omicidio. Zehra Dogan è coinvolta nel delitto o è stata rapita, se non uccisa? Un’estate di indagini quella della Squadra mobile di Livorno, diretta dal vicequestore Riccardo Signorelli, che sotto il coordinamento della direzione distrettuale antimafia di Firenze e della procura labronica sta cercando di fare luce su uno degli omicidi più efferati avvenuti negli ultimi anni in città.
Gli interrogativi
Yilmaz, richiedente asilo curdo, era da qualche tempo a Livorno, dove aveva fatto richiesta per ottenere il permesso di soggiorno in Italia in quanto, a suo dire, in Turchia veniva perseguitato a causa della sua etnia. Quasi sempre, proprio per questo motivo, le commissioni non oppongono alcun diniego alla permanenza nel nostro Paese. Il trentenne, in tasca, aveva mille euro. Altri diecimila invece nascosti nella casa in affitto. A cosa gli serviva tutto quel denaro? Con lui – ci sono testimoni oculari che l’hanno vista – c’era Zehra Dogan, 32 anni e come lui curda, partita in auto (una Mercedes poi sequestrata) dalla Germania (dove viveva) per raggiungerlo. I parenti della donna, però, della relazione non sapevano nulla, tanto che qualche giorno dopo il cognato è partito per la Toscana con la sua Suzuki Wagon R seguendo il segnale gps del mezzo per andarla a cercare. Fra l’altro, in Turchia, Yilmaz aveva una fidanzata, che ha chiesto la possibilità di vedere il corpo, che ancora si trova sotto sequestro a Livorno. Zehra, quindi, chi era? L’amante? Da quanto tempo si conoscevano, visto che la vittima era da poco tempo in Italia?
La pista terroristica
I media di Istanbul dando la notizia dell’omicidio hanno aperto la «pista terroristica», subito imboccata anche dalle autorità italiane, facendo riferimento a «nuove reti criminali legate a gruppi fuoriusciti negli ultimi anni dalla Turchia». Il fratello di Yilmaz, Ramazan Tas, quantomeno a giugno nel Paese d’origine era finito in carcere nell’ambito di un’inchiesta dove si ipotizzano, a vario titolo, i reati di tentato omicidio, lesioni e traffico di sostanze stupefacenti. «Alcune di queste strutture – aveva raccontato al Tirreno lo scrittore ed esperto di criminalità locale Celil Turani – non avrebbero più potuto operare nel mio Paese a causa della forte pressione delle forze dell’ordine e si sono spostate in diversi Stati europei, dove hanno trovato condizioni più favorevoli. La maggior parte di chi è scappato e ha chiesto asilo è simpatizzante del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, e rappresenta una nuova generazione della mafia».
Le due persone
Subito prima del delitto, fra l’altro, c’era stata la «strana» cena al ristorante Ghinè Cambrì, a pochi metri dal posteggio teatro dell’esecuzione. Due persone, sguardi tesi, inglese stentato: entrano insieme, consumano antipasti e insalate in due tavoli separati, una accanto all’altra, senza rivolgersi parola. Poi escono assieme. E fra loro non c’era la vittima. «Erano stranieri, avranno avuto sui 40 anni. Turchi? Può darsi», aveva raccontato al Tirreno il titolare Federico Castagnoli. «Sembrava quasi che scappassero da qualcuno e che si fossero rifugiati qui. Uno dei due, in particolare, nervoso si guardava attorno insospettito. C’era tensione – le parole del ristoratore –. Uno era un po’ tarchiato, l’altro più magro ed erano di carnagione olivastra, coi capelli neri. Uno dei due, il più magro, indossava una tuta e una maglietta, l’altro magliettina e pantaloncini corti. Quello più magro era sudatissimo». Rimasti per strada anche dopo cena, alle domande di un dipendente hanno raccontato di aspettare un taxi. Mai arrivato almeno finché il Ghinè Cambrì è rimasto aperto. E dopo poco, nel parcheggio, si è consumato l’omicidio.
Analisi sui telefoni
Le analisi sui telefoni, ovviamente già effettuate, si spera possano fornire elementi investigativi utili agli inquirenti. L’inchiesta prosegue nel massimo riserbo. Anche verso i familiari di Yilmaz, che sperano presto di poterlo riabbracciare.
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