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Bande in guerra a Livorno, parla una vittima: «Alla base anche il razzismo magrebino»

di Stefano Taglione
Un'immagine della rissa di piazza Magenta
Un'immagine della rissa di piazza Magenta

Il racconto dell’uomo inseguito in piazza Magenta da tre membri del gruppo dei cosiddetti "Salesiani": «Li conosco, spacciano droga ovunque e sono intolleranti verso noi tunisini del sud»

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LIVORNO. «Quei tre? Li conosco solo di nome, perché spacciano droga in tutta la zona. Sono del nord della Tunisia, molto razzisti nei confronti di chi come me proviene dal sud». A parlare agli inquirenti, subito dopo l’aggressione di piazza Magenta, è il cittadino tunisino minacciato dai connazionali Mohamed Ennaceur Hamdi (32 anni) e Wael Ben Naceur (di 27), ora in carcere e il 6 luglio rimasti in silenzio durante l’interrogatorio di garanzia, oltre che dal fratello di quest’ultimo, Karim Ben Naceur, 29 anni, domiciliato a Tirrenia e a differenza dei primi due indagato senza alcuna misura cautelare a suo carico.

La vittima è stata ascoltata dagli inquirenti – l’inchiesta è in comune fra Squadra mobile della polizia di Stato, diretta dal vicequestore Riccardo Signorelli, e nucleo investigativo dei carabinieri, comandato dal tenente colonnello Guido Cioli – nell’ambito delle indagini che hanno portato a 11 persone sotto accusa per la guerra fra le due bande (“Magenta” e “Salesiani”) che – secondo l’accusa – si contendono lo spaccio di droga in città. «Ero seduto sulle panchine di piazza Magenta fumando e bevendo un caffè. Ero solo. Improvvisamente – ricostruisce – ho visto arrivare “Disa” (il soprannome di Hamdi ndr) su un Honda Sh blu, Karim con un T-Max blu e giallo e il fratello Wael con un altro T-Max nero e mi sono allontanato».

Sapeva che quella visita non prometteva nulla di buono, anche perché nelle ore precedenti era avvenuta la rapina all’Arkan Food di scali delle Cantine, durante la quale lui era lì e aveva cercato di difendere i suoi amici, titolari del locale dove Hamdi ed Wael Ben Naceur – secondo l’accusa – avevano fatto irruzione con machete e spray urticante al peperoncino per impadronirsi dell’incasso. «Appena mi hanno visto, i tre hanno rapidamente messo le moto sul cavalletto e sono scesi, correndo verso di me – le sue parole agli investigatori –. Io sono scappato verso corso Amedeo e “Disa”, a circa otto metri da me, ha estratto una pistola tutta nera dai pantaloni e ha iniziato ad urlarmi in arabo “Vieni qua figlio di putt…”. Io a quel punto ho continuato a fuggire e, trovando un portone aperto, mi ci sono rifugiato, chiudendolo dietro di me. I tre hanno provato più volte ad aprirlo, mentre io ho chiesto aiuto a una signora del palazzo. Dopo poco è arrivata la polizia».

Agli inquirenti la vittima ha raccontato di conoscere i tre perché «ogni giorno vengono a mangiare al panificio di mio fratello, in piazza Cavour. Io non ho mai parlato con loro, li conosco solo di nome perché spacciano droga in tutta la zona. Con loro non ho mai avuto nessun tipo di rapporto né problemi. Penso che i fatti di oggi (di piazza Magenta ndr) siano da collegare a quelli successi sugli scali delle Cantine. Mi trovavo all’Admiral vicino a piazza Cavour e, verso le 16,30, mi ha chiamato mio fratello, dicendomi di non restare da solo e raggiungerlo sugli scali delle Cantine, al ristorante dei nostri amici di famiglia (quello della tentata rapina ndr). Quando sono arrivato lì c’era la polizia e l’ambulanza, perché c’erano dei feriti dentro al ristorante. Ho visto mio fratello e mi ha raccontato che “Disa” e Wael avevano distrutto il locale e ferito le persone. Non sappiamo i motivi di questa aggressione, ma penso che “Disa” avesse un conto in sospeso col proprietario o con qualcuno della sua famiglia. Mio fratello ha avuto paura perché “Disa” e i suoi amici, che vengono dal nord della Tunisia, sono molto razzisti nei confronti di quelli che vengono dal sud, come noi e la famiglia del ristorante, quindi ha avuto paura per me, che ero solo nella zona battuta dal suo gruppo».

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