Del Vivo, «il referente della 'ndrangheta a Livorno»: condannato per omicidio ma «non credibile»
Il giudice per le indagini preliminari lo ha punito con dieci anni e otto mesi di reclusione dopo la confessione del delitto "Cacciavite" (ora però è libero). Altri magistrati dello stesso tribunale labronico, tuttavia, hanno assolto coloro che lui indicava come complici (il portuale Massimo Antonini e Gionata Lonzi) non ritenendo attendibili le sue dichiarazioni
LIVORNO. È stato per decenni un esponente di spicco della criminalità livornese. Pur non essendo ritenuto credibile dal tribunale, soprattutto per quanto riguarda il racconto su chi quella notte lo avrebbe aiutato, ai carabinieri ha confessato di aver ucciso Alfredo Chimenti, per tutti “Cacciavite”, il socio del circolo “La Garuffa” ammazzato a colpi di pistola il 30 giugno 2002 in piazza Mazzini nell’ambito di un regolamento di conti legato al mondo delle bische. Per questo, in rito abbreviato, è stato condannato a dieci anni e otto mesi di reclusione. Una pena mite per un omicidio volontario, dovuta però al fatto che il 4 luglio 2017 è diventato un collaboratore di giustizia.
La ’ndrangheta
Ma non solo. Riccardo Del Vivo, che oggi ha 76 anni ed è un uomo libero, secondo gli inquirenti sarebbe stato «il referente della ’ndrangheta a Livorno». In pratica avrebbe fatto da collegamento con la criminalità calabrese per il recupero della droga in porto, con conoscenze avvenute in carcere. La perdita di 54 chili di cocaina provenienti dalla Colombia, rimasti in una nave a Livorno e sequestrati a Catania, per lui è stato l’inizio della fine. Nel settembre del 2016, infatti, arriva un altro container con dentro 130 chili di “polvere bianca” e lui, servendosi di suoi tre collaboratori poi arrestati sotto casa sua, li ritirerà sulle nostre banchine da un carico il cui numero, in un biglietto, gli era stato indicato da un affiliato della malavita organizzata in un incontro al cimitero dei Lupi.
L’omicidio
Del Vivo è l’unica persona condannata per il delitto “Cacciavite”. Lo ha confessato nel 2017, 15 anni dopo, quando ha deciso di collaborare. «Non volevo uccidere “Cacciavite”, solo spaventarlo. Quando l’ho visto arrivare in motorino sotto casa sua, ho sparato due colpi di pistola da quattro-cinque metri di distanza colpendo lo spigolo di uno scalino. Me lo ricordo – furono le parole di Del Vivo nel novembre del 2022 in tribunale – era buio e ho visto le scintille. Poi, da più vicino, ho esploso altri tre o quattro proiettili. Gli ho detto: “Te ne devi andare, non farti vedere nei circoli”. Lui urlava “No, no, no”. Poi me ne sono andato in motorino con Massimo Antonini. Lo ripeto: non pensavo di averlo nemmeno colpito, figuriamoci ammazzato. L’ho scoperto qualche ora dopo mentre facevo colazione al bar quando me lo ha detto un amico. Perché volevo punirlo? Era prepotente e guadagnava la “cagnotta” (la percentuale sulle giocate d’azzardo ndr) che non meritava. L’avrò visto due o tre volte in vita mia, non mi aveva fatto niente, ma su di lui c’era grande malcontento, me lo dicevano tutti. Era prepotente. Poi avevo proposto a due altri soci del circolo “La Garuffa”, il suo, di assumere nel bar un mio amico, Tonarini. Loro non avevano niente in contrario, ma il problema era Chimenti, che invece non voleva. Tonarini mi aveva detto che voleva gambizzarlo, sapeva dove abitava, tanto che una volta gli abbiamo anche fatto la posta sotto casa, anche se poi non lo abbiamo incrociato. La notte dell’omicidio, invece, sono andato con Massimo (Antonini ndr) per aspettarlo in piazza Mazzini. Poi quando l’ho visto arrivare in scooter ho indossato il casco integrale, ho preso il revolver che avevo nascosto sotto una macchina parcheggiata, ho attraversato la strada e gli ho sparato».
«Non credibile»
Il portuale Massimo Antonini, 69 anni, dall’accusa di concorso in omicidio volontario è stato assolto. Proprio nell’ambito del processo che lo vedeva imputato, aveva definito il settantaseienne «un fanfarone megalomane». «Non mi è mai piaciuto e non capisco come mai mi abbia coinvolto. L’unica cosa che posso dire è che ci ho pesantemente litigato in passato, perché in via della Bassata diedi uno schiaffo a sua moglie dopo che quest’ultima mi aveva insultato in mezzo alla strada davanti a tutti», furono le sue parole. Fu scagionato anche il cinquantacinquenne Gionata Lonzi, indicato come la persona che gli aveva procurato il revolver. «La credibilità di Del Vivo appare compromessa anche per l’evanescenza e la debolezza del movente che non assurge a una gravità tale da giustificare la scelta di uccidere un uomo. Anche il racconto sulle modalità suscita notevoli perplessità. L’esecuzione dei fatti confligge con la funzione meramente dimostrativa e intimidatoria che l’aggressione avrebbe dovuto avere. Non risulta che Del Vivo avesse avuto l’incarico di proteggere i locali dove si praticava il gioco d’azzardo. Mansione difficilmente espletabile, vista la sua condizione di detenuto in libertà controllata e costretto, perciò, a pernottare nella sua abitazione», scrive il giudice.
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