Omicidio “Cacciavite”, parla Riccardo Del Vivo: «Non pensavo di averlo ucciso...»
Livorno: condannato a dieci anni, ora è collaboratore di giustizia: «Era un prepotente, ma volevo solo spaventarlo»
LIVORNO. «Non volevo uccidere “Cacciavite”, solo spaventarlo. Quando l’ho visto arrivare in motorino sotto casa sua, in piazza Mazzini, ho sparato due colpi di pistola da quattro-cinque metri di distanza colpendo lo spigolo di uno scalino. Me lo ricordo, era buio e ho visto le scintille. Poi, da più vicino, ho esploso altri tre o quattro proiettili. Gli ho detto: “Te ne devi andare, non farti vedere nei circoli”. Lui urlava “No, no, no”. Poi me ne sono andato in motorino con Massimo Antonini. Lo ripeto: non pensavo di averlo nemmeno colpito, figuriamoci ammazzato. L’ho scoperto qualche ora dopo mentre facevo colazione al bar quando me lo ha detto un amico».
A parlare da una località protetta, visto che ora è un collaboratore di giustizia, è il settantatreenne Riccardo Del Vivo, condannato a dieci anni e otto mesi per l’omicidio di “Cacciavite”, Alfredo Chimenti, il socio del circolo “La Garuffa” che il 30 giugno del 2002 fu freddato sotto la sua abitazione: «Perché volevo punirlo? Era prepotente e guadagnava la “cagnotta” (la percentuale sulle giocate d’azzardo ndr) che non meritava». Del Vivo è stato citato come testimone dal pm Niccolò Volpe nel processo che vede imputati per il delitto anche il portuale sessantacinquenne Massimo Antonini (che lo avrebbe accompagnato in scooter) e il cinquantunenne Gionata Lonzi, che invece gli avrebbe fornito l’arma, un revolver calibro 38. «Chimenti l’avrò visto due o tre volte in vita mia, non mi aveva fatto niente – ha proseguito Del Vivo – ma su di lui c’era grande malcontento, me lo dicevano tutti. Era prepotente. Poi avevo proposto a due altri soci del circolo “La Garuffa”, il suo, di assumere nel bar un mio amico, Tonarini. Loro non avevano niente in contrario, ma il problema era Chimenti, che invece non voleva. Tonarini mi aveva detto che voleva gambizzarlo, sapeva dove abitava, tanto che una volta gli abbiamo anche fatto la posta sotto casa, anche se poi non lo abbiamo incrociato. La notte dell’omicidio, invece, sono andato con Massimo (Antonini ndr) per aspettarlo in piazza Mazzini. Poi quando l’ho visto arrivare in scooter ho indossato il casco integrale, ho preso il revolver che avevo nascosto sotto una macchina parcheggiata, ho attraversato la strada e gli ho sparato».
L’obiettivo – come chiarito più volte da Del Vivo davanti alla corte d’assise, presieduta dal giudice Luciano Costantini – «non era ucciderlo, ma spaventarlo». Per quasi 20 anni, il delitto, è rimasto irrisolto. Poi il settantatreenne ha deciso di collaborare raccontando tutto ai carabinieri e alla procura, aprendo la strada anche ad altre inchieste su usura, droga ed estorsioni. «Inizialmente Tonarini voleva sparargli – ha continuato – ma poi la questione me la sono presa a cuore io. Antonini lo conoscevo perché lavoravamo insieme in porto, Lonzi invece era mio vicino di casa e mi rivolsi a lui perché sapevo che conosceva bene i rumeni e che poteva recuperarmi una pistola. Non ricordo se sapeva che la volessi utilizzare per uccidere “Cacciavite”, sono passati molti anni e questo aspetto non lo ricordo», ha risposto Del Vivo alle domande del sostituto procuratore. «Dopo l’omicidio – ha poi concluso, collegato in videoconferenza – cercavamo di parlarne il meno possibile, perché volevamo che la colpa ricadesse sul altre persone».
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