Delitto “Cacciavite”, Antonini prova a difendersi: «Del Vivo? È solo un fanfarone megalomane»
Livorno, è imputato con Gionata Lonzi. Il 73enne è invece stato condannato a dieci anni Il portuale spiega: «Con la morte di Alfredo non c’entro, insieme giocavamo pure a calcio»
LIVORNO. «Con l’omicidio Chimenti io non c’entro nulla, anzi da giovani giocavamo insieme nella stessa squadra della Svs. Riccardo Del Vivo, l’uomo che mi ha accusato, è un fanfarone megalomane. Non mi è mai piaciuto e non capisco come mai mi abbia coinvolto in questa vicenda. L’unica cosa che posso dire è che ci ho pesantemente litigato in passato, perché in via della Bassata diedi uno schiaffo a sua moglie dopo che quest’ultima mi aveva insultato in mezzo alla strada davanti a tutti».
Il processo
Si è rifiutato di sedere sul banco degli imputati, ma in videoconferenza dal carcere dove è recluso il portuale livornese Massimo Antonini alla corte d’assise presieduta dal presidente Luciano Costantini (con a latere il giudice Ottavio Mosti e i sei popolari) ha comunque deciso di parlare con delle dichiarazioni spontanee, senza la possibilità per nessuno di fargli domande. Il processo è quello per l’omicidio di Alfredo Chimenti, conosciuto come “Cacciavite”, ucciso a 47 anni all’alba del 30 giugno del 2002 in piazza Mazzini, sotto la sua abitazione, con due colpi di pistola. Stando alle indagini dei carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dal procuratore Ettore Squillace Greco, a sparare sarebbe stato Riccardo Del Vivo, per questo condannato a dieci anni e otto mesi di reclusione e ora in una località protetta da quando ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia. È stato quest’ultimo, agli inquirenti, chiudendo un delitto irrisolto per quasi 20 anni a indicare in Antonini l’uomo che sarebbe stato insieme a lui quella notte (lo avrebbe accompagnato su un altro scooter ndr) e in Gionata Lonzi, cinquantaduenne livornese e difeso dall’avvocato Massimo Tuticci, la persona che gli avrebbe procurato la pistola con cui il settantatreenne ha poi fatto fuoco ammazzando uno dei soci del circolo “La Garuffa”, «perché era prepotente – ha ricostruito Del Vivo – che però ha sempre sostenuto di volerlo spaventare, non uccidere.
La testimonianza
Antonini, collegato via telematica dal carcere dove è detenuto, ha parlato assistito dal suo avvocato Riccardo Melani: «Sono due anni che sono recluso e ogni giorno mi domando come mai Del Vivo mi abbia coinvolto in questa vicenda – le sua parole davanti alla corte e al pubblico ministero titolare dell’inchiesta, Niccolò Volpe – Con Gionata Lonzi, invece, eravamo amici. Poi però una volta discutemmo e litigammo. Ci siamo quindi allontanati». Non positivi, quindi, i giudizi del portuale verso Del Vivo, che per un periodo ha lavorato per una cooperativa operante proprio sullo scalo labronico: «Era la Toscana servizi – ha ricostruito Antonini – ma l’ho sempre tenuto lontano, è una persona che non mi è mai piaciuta».
La prossima udienza
Nel corso dell’ultima udienza al tribunale penale di via Falcone e Borsellino, lunedì scorso, è stato ascoltato anche l’altro imputato, Gionata Lonzi, che come Antonini respinge ogni accusa nei suoi confronti per l’omicidio Chimenti. Secondo la ricostruzione della procura il cinquantaduenne avrebbe fornito a Del Vivo il revolver con cui ha sparato al quarantasettenne. Nel corso della prossima udienza, a settembre, saranno ascoltati altri due testimone e un consulente in merito a un’intercettazione ambientale agli atti del procedimento.
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