Il Tirreno

Livorno

La sentenza

Condannato il killer di “Cacciavite”. «Uno sconto per aver collaborato»

di Federico Lazzotti
Alfredo “Cacciavite” Chimenti, ucciso a 47 anni con diversi colpi di pistola all’alba del 30 giugno 2002 in piazza Mazzin, il revolver calibro 38 trovato nel Fosso Reale e considerata l’arma del delitto e i tre i segni dei colpi di pistola esplosi in piazza Mazzini il giorno del delitto
Alfredo “Cacciavite” Chimenti, ucciso a 47 anni con diversi colpi di pistola all’alba del 30 giugno 2002 in piazza Mazzin, il revolver calibro 38 trovato nel Fosso Reale e considerata l’arma del delitto e i tre i segni dei colpi di pistola esplosi in piazza Mazzini il giorno del delitto

Dieci anni e otto mesi in abbreviato a Riccardo Del Vivo per l’omicidio di Chimenti.L'imputato si è pentito nel 2017 accusando chi lo ha aiutato a compiere il delitto

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LIVORNO.Riccardo Del Vivo, ex principe della malavita livornese, diventato collaboratore di giustizia nel 2017, ieri mattina non era in aula mentre il giudice Marco Sacquegna leggeva la sentenza con la quale lo ha condannato in abbreviato a dieci e otto mesi per il delitto di Alfredo “Cacciavite” Chimenti, ucciso con due colpi di pistola all’alba del 30 giugno del 2002.

Si chiude così, a distanza di vent’anni, il primo capitolo giudiziario di una delle pagine più nere della Livorno criminale. L’altro, si sta discutendo in corte d’Assise dove sono imputati quelli che – secondo la procura – aiutarono Del Vivo a compiere il delitto: Gionata Lonzi che gli avrebbe fornito l’arma e Massimo Antonini che lo accompagnò con lo scooter fino a piazza Mazzini dove Chimenti viveva.

Il giudice ha riconosciuto a Del Vivo, che adesso vive sotto protezione «le attenuanti generiche prevalenti sulla premeditazione in ragione della collaborazione». Era stato proprio Del Vivo, che oggi ha 73 anni, a confessare al procuratore capo Ettore Squillace Greco, l’omicidio “Cacciavite”, rivelando anche il contesto criminale nel quale è nato: il mondo delle bische clandestine che in quegli anni in città era fiorente. In particolare la “Garuffa” di cui la vittima era socio, e lo “Sporting Club”, aperto pochi mesi prima del delitto. E svela il movente di quella che doveva essere una lezione e che si è trasformata in un omicidio: una lunga serie di condotte sgradite all’ambiente criminale da parte di Chimenti. «Cacciavite – ha raccontato Del Vivo – non era molto simpatico, era un prepotente». La sua condanna a morte l’avrebbe firmata qualche giorno prima «opponendosi – si legge negli atti – all’assunzione al circolo la “Garuffa” di Massimo Tonarini, soggetto vicino alla batteria di Del Vivo che attraverso il pagamento (la cosiddetta cagnotta) di una cifra compresa tra i 1. 500 e i 2. 000 euro al mese garantivano la protezione alle bische».

Il piano per dare «una lezione a Chimenti» – è la versione di Del Vivo che dovrà essere confermata a dibattimento – è nato durante un pranzo, a casa di un amico a Nibbiaia, al quale parteciparono, «Alberto Tonarini, Massimo Antonini, Macrcello Degli Innocenti, Gionata Lonzi e Valdemaro Ricci». Di quel giorno ha ricordato: «C’erano anche le famiglie, c’era la mia mamma e c’erano tutte. Saremmo stati una trentina di persone. Uscì fuori che Tonarini gli voleva sparare alle gambe. Poi aggiunse: “Leviamolo di mezzo, non nel senso di ammazzarlo, leviamolo dai circoli”. Tra l’altro Tonarini gli aveva già fatto anche la punta (a Chimenti ndr) diverse volte con un ragazzo alto, che poi sono andati lì ma non hanno concluso niente perché in piazza Mazzini c’erano le baracchine. E mi ricordo Marcello disse: “Prendiamolo e diamogli una fraccata di botte”».

Del Vivo entra in scena perché «Tonarini – scrive il giudice – era malato e poco affidabile». Così il piano per «gambizzare» Cacciavite cambia in corsa. «Com’è arrivato in piazza Mazzini – e ha passato il suo motorino io gli sono andato contro e ho sparato due colpi. Lui, invece, si è impaurito e non è scappato. Si è messo dietro le macchine». Vent’anni dopo gli spari è arrivata la prima sentenza.
 

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