Il Tirreno

Livorno

Il delitto

Omicidio a Livorno, Francesco Lassi era un plurimandatario: il lingotto d’oro di un etto non era suo

di Stefano Taglione
Francesco Lassi, ucciso a 55 anni
Francesco Lassi, ucciso a 55 anni

Il cinquantacinquenne pistoiese operava per la "Sardi Silver", ma - a quanto ricostruito - non in quella tragica occasione

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LIVORNO. Un plurimandatario con una lunga esperienza nel settore orafo. Che non agiva solo per conto della “Sardi Silver” – l’azienda con la sede legale nello studio del commercialista Massimo Galli e il negozio, da poco trasferito, da via Grande 160 a via Ricasoli – ma anche per altre imprese attive nel ramo della gioielleria. L’agente di commercio pistoiese Francesco Lassi, secondo l’accusa ucciso giovedì 26 febbraio con due coltellate a 55 anni dall’ex collaboratore di giustizia napoletano Luigi Amirante, era una persona molto stimata a livello professionale e con diversi mandati.

Chi ha un mandato, come lui, può vendere e comprare oro per conto della società con cui ha stipulato l’accordo. In questo caso più di una: ne rappresentava diverse, almeno stando a chi lo conosceva bene, proprio perché sarebbe stato molto preparato e bravo nel suo lavoro di intermediario. Giovedì 26 febbraio, quando è stato ucciso, si trovava all’interno della stanza dello studio del commercialista Massimo Galli, che è anche la sede legale della “Sardi Silver”. Quest’ultima è una “srl”, ha novemila euro di capitale sociale e l’amministratore unico è un livornese di 86 anni, che abita in centro e ne è socio al 100%. Ha un negozio in via Ricasoli: il responsabile è Nicola Sardi, amico da una vita di Lassi e a poche decine di metri da lui (ma in un’altra stanza) quando è stato ucciso. Ha visto il cadavere, è ancora sotto choc, anche perché lui è il gioielliere che, chiaramente in totale buonafede, ha messo in contatto Amirante (che conosceva col cognome di «Cuzzovaglia») con la vittima, dato che il primo cercava un rappresentante da cui acquistare preziosi.

Con che soldi potesse ipoteticamente pagare l’oro Amirante resta comunque inspiegabile: lavorava come operaio in un’azienda che movimentava le auto in porto e non aveva certo tale forza economica. Il riciclaggio, una rapina finita male: sono due delle piste imboccate dalla procura.

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