I pilastri del Vernacolo alle istituzioni: «Scendete in campo per preservare questo patrimonio»
Bocci e Nencioni, anime del teatro labronico: il pubblico c’è, ma da soli non ce la possiamo fare
Livorno «I giovani come Lorenzo Cinali ci incoraggiano a pensare che il vernacolo livornese ce la possa fare a sopravvivere ai tempi». Ci vuole credere Franco Bocci, regista e patron della Compagnia lirica livornese, una delle principali realtà artistiche del settore ancora attive e uno dei massimi esponenti ancora in attività del teatro labronico.
Sono tempi duri quelli di oggi, riferendosi alla concorrenza con le forme più moderne di intrattenimento, ma Bocci è sicuro che il vernacolo possa sopravvivere. Ma per questo si rende necessario l’aiuto delle istituzioni.
«Sarebbe necessario che tutti gli enti e le autorità deputate alla cura e alla promozione dello spettacolo comprendano che da soli, appunto, non ce la possiamo fare e che ognuno dalla propria postazione, sappia contribuire al sostegno agli spettacoli vernacolari», prosegue Alessio Nencioni direttore della compagnia la Carovana, proprio quell’ “ensemble” che ha arruolato il giovane Lorenzo Cinali.
«I giovani che desiderano avvicinarsi al vernacolo come Lorenzo ci danno la forza per proseguire ancora nella nostra tradizione. Sono in pochi a ricordarsi come ne scolo scorso Livorno – va avanti - avesse ben 35 teatri, record unico in Italia, a dimostrazione della passione della città per il teatro in generale e per il vernacolo in particolare».
E con orgoglio il pilastro del teatro vernacolare sottolinea che il pubblico non ha mai tradito gli show di vernacolo. «Ancor oggi i teatri sono sempre esauriti quando è in scena il vernacolo. Sapete cosa faceva Totò ? Lo spiego subito: quando Totò aveva da lanciare un spettacolo la “prima” la faceva sempre a Livorno. Più che prima, era un “numero zero. Diceva “se lo spettacolo piace ai livornesi posso stare tranquillo perché piacerà in tutta Italia”. Sapeva che avevamo il gusto del teatro. E aveva ragione». Un po' come il grande Gino Bramieri che veniva di soppiatto nei bar livornesi per ascoltare le freddure e rivenderle in Tv o in teatro ‘ “Esatto”. Chiude Bocci, in linea con lo stesso Nencioni: «La nascita delle Compagnie livornesi riunite è stata un’ intelligente strategia per preservare la nostra cultura teatrale. Un organismo unico nell’interesse delle nostre battaglie culturali. L’unione fa la forza».
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