Lavoro, nel Fiorentino 28mila posti ma manca il personale qualificato: quali sono i settori più “scoperti”
Le aziende non trovano specialisti scientifici né operai edili. Si scelgono soprattutto i diplomati in logistica, economia e marketing, laureati in sanità o per l’insegnamento
FIRENZE. Il mercato del lavoro fiorentino entra nel 2026 senza scossoni ma con una tensione strutturale che non accenna a sciogliersi: le imprese cercano personale, ma faticano a trovarlo. Il quadro emerge dal Rapporto sull’economia del Centro studi della Camera di commercio di Firenze, basato sui dati Excelsior, che fotografa una fase di stabilizzazione dopo il rallentamento dell’autunno scorso e insieme un persistente disallineamento tra domanda e offerta.
Le assunzioni previste
Tra gennaio e marzo nell’area metropolitana di Firenze sono previste 28.500 assunzioni complessive, comprese quelle di breve durata e le reiterazioni sugli stessi lavoratori. Il dato è in linea con lo stesso trimestre del 2025 e segna una pausa nel moderato arretramento osservato tra ottobre e dicembre. Su base annua, gli ingressi programmati si attestano intorno a 108.980 unità, con una lieve flessione tendenziale (-2,3%) che non ha però i tratti della frenata brusca. Depurato dagli effetti stagionali, l’andamento mensile resta addirittura positivo (+1%), segno di una normalizzazione del mercato del lavoro dopo gli eccessi post-pandemici.
I contratti
La struttura dei contratti conferma una lenta risalita della componente stabile. Il 59,6% delle nuove assunzioni è a tempo determinato, ma il 24,9% riguarda rapporti a tempo indeterminato, quota in aumento rispetto ai mesi precedenti. L’apprendistato si ferma al 5,1%, mentre gli altri contratti pesano per il 10,4%. In totale, l’83,9% delle entrate riguarda lavoratori dipendenti. La crescita del tempo indeterminato, spiegano dalla Camera di commercio, è legata in buona parte all’espansione dell’occupazione nella fascia over 50, dove i contratti stabili sono più frequenti, e alla scelta delle imprese di consolidare la forza lavoro già in organico invece di espandersi con nuove assunzioni difficili da coprire.
I settori
Dal punto di vista settoriale, il termometro segnala andamenti divergenti. A gennaio 2026 la domanda di lavoro arretra nel commercio (-17,2%), nel turismo (-7,9%) e nei servizi alle imprese (-12,6%). Tengono invece le costruzioni (+6,6%), ancora sospinte dai cantieri del Pnrr e dagli incentivi, mentre l’industria manifatturiera smette di perdere terreno e torna su valori prossimi allo zero (+0,5% dopo il -15,1% dei mesi precedenti). Un riequilibrio che non cancella il peso del terziario, ma riduce la spinta espansiva dei comparti a più bassa produttività come turismo ed edilizia. Il nodo vero resta la difficoltà di reperimento del personale, che riguarda circa il 48% delle assunzioni programmate. Le cause si dividono tra fattori quantitativi – mancano proprio i candidati, nel 32,4% dei casi – e qualitativi, legati all’inadeguatezza delle competenze (12,8%). È il riflesso di un doppio mismatch: demografico, perché la popolazione giovane si riduce, e formativo, perché il sistema scolastico e universitario non produce profili coerenti con la transizione digitale ed energetica.
Le carenze
Le professioni più introvabili disegnano una geografia precisa delle carenze. In testa ci sono gli specialisti nelle scienze della vita: nel 91,2% dei casi le imprese dichiarano difficoltà a trovarli. Seguono gli operai specializzati addetti alle rifiniture nelle costruzioni (80,5%), quelli ai macchinari del tessile-abbigliamento (77,8%) e i meccanici artigianali (77,5%). Compaiono poi tecnici della salute, tecnici ingegneristici e operai del sistema moda. Un elenco che incrocia alta specializzazione e saperi manuali, segnalando una frattura crescente tra domanda produttiva e offerta di lavoro.
Se si guarda alle figure più richieste, il primato spetta ancora a turismo e ristorazione (11,1% delle entrate previste), seguiti dagli addetti alle pulizie (8%), dalle vendite (6%) e dalla logistica (6%). Insieme rappresentano quasi un terzo della domanda complessiva. A ruota vengono i tecnici della salute, gli operai dei macchinari per il sistema moda e gli addetti alle rifiniture nelle costruzioni, cioè gli stessi profili che risultano più difficili da reperire: segno che la tensione è concentrata proprio dove la domanda è più intensa.
Titoli di studio e stipendi
Sul fronte dei titoli di studio, prevalgono le qualifiche professionali (37,5%) e i diplomi di scuola secondaria (23,1%). I laureati pesano per il 18,5%, mentre il 18% non richiede alcuna formazione specifica e solo il 2,9% proviene dagli Its. Tra le lauree più ricercate spiccano quelle economiche, sanitarie e legate all’insegnamento; tra i diplomi, amministrazione-finanza-marketing, elettronica e trasporti-logistica. I salari restano la variabile debole. Gli adeguamenti retributivi non hanno recuperato l’inflazione del biennio 2022-23: rinnovi contrattuali tardivi, aumenti insufficienti e fiscal drag hanno limitato la crescita dei redditi, soprattutto nei servizi privati legati al turismo. Il rischio, avvisa la Camera di commercio, è che la combinazione tra invecchiamento, difficoltà di ricambio generazionale e mismatch delle competenze diventi un freno strutturale allo sviluppo.
