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Leopolda, Matteo Renzi lancia Mario Calabresi come sindaco. E a Conte: «Non devo dare garanzie»

di Libero Red Dolce
Lisa Noja e Calabresi sul palco e Renzi in mezzo alla platea
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Lisa Noja e Calabresi sul palco e Renzi in mezzo alla platea

Il secondo giorno dell’evento si gioca ;su due piani: rassicurazioni e picconate. Stoccata a Nardella: «Non votò Prodi». Mentre Fedez attacca il ddl antisemitismo

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FIRENZE. Matteo Renzi per la Leopolda 2026 ha scelto il tema di Itaca, nei panni di Ulisse, of course. Ma forse gli sta meglio quello di Giano Bifronte, il dio romano che può guarda in due direzioni. Da una parte smorza gli attacchi di Giuseppe Conte, manda parole al bacio alla segretaria Pd Elly Schlein e sfotticchia gli avversari da par suo: Gasparri, Tajani e Calenda avranno vissuto giorni di acufene intenso. Dall’altra, nei temi e negli inviti, fa quasi il contrario. Non rinuncia alla sua agenda, piena di picconate, dirette o indirette, alla linea degli alleati.

È il gioco della Leopolda, e il secondo giorno lo rende evidente. Il giorno prima aveva fatto parlare Vincenzo De Luca di sicurezza e del disagio del Pd ad affrontare il tema. Un piccolo assaggio di quello che sarebbe successo il giorno dopo.

Il caso più evidente è Mario Calabresi. Renzi lo lancia: «Lo vedrei benissimo come sindaco di Milano». Peccato che il Pd abbia un altro nome possibile, Pierfrancesco Majorino, più vicino alla segreteria Schlein. L’endorsement, dunque, non è soltanto un complimento: è anche un modo per indicare quale centrosinistra Renzi abbia in testa. Calabresi, dialogando con Lisa Noja, non si presenta però come un candidato contro qualcuno. Parla della città e della sinistra. «Milano è cresciuta tantissimo ed è diventata una capitale europea», dice, ma «ci sono pezzi di città, di popolazione che sono rimasti indietro e si sentono tagliati fuori». Il problema, aggiunge, sono soprattutto «il costo della vita e il costo delle case». E sulla sinistra mette il dito in una piaga che Renzi conosce bene: «Se la gente ti dice ho paura, mi sento insicuro, non gli puoi dire: no, guarda, ti spiego io che ti stai sbagliando». Bisogna «farsi carico della paura di quella persona».

Poi Calabresi si infila nel terreno della scuola e scatena Giuseppe Valditara. «Pensare che ci siano bambini colpevoli che vadano sparsi in giro, trovo sia profondamente sbagliato», dice. Il ministro replica a stretto giro: «Nessuno “sparge in giro” bambini stranieri nati in Italia». E avverte: «Si alimentano fake news». Anche qui la Leopolda produce il suo effetto: Renzi porta sul palco un nome che può competere per Milano e quello stesso nome finisce immediatamente a discutere con il governo.

Prima di Calabresi era salito sul palco Pier Ferdinando Casini. La riforma costituzionale di Meloni, dice, «per fortuna è stata accantonata» e avrebbe rappresentato «un radicale impoverimento del Parlamento». Poi la stoccata: «Il Parlamento oggi è relegato a organo di ratifica di atti governativi» e, non essendo più impegnato a legiferare, «è diventato un poltronificio di commissioni di inchiesta». Più avanti è Emanuele Fiano a mettere Renzi e il suo pubblico davanti a un’altra contraddizione del centrosinistra. Si rivolge direttamente al Pd e alle forze progressiste: «Convergano sulla battaglia contro l’antisemitismo». Ma precisa: «Difendo la libertà di criticare Israele». Poi arriva Fedez e sul ddl antisemitismo cambia registro, rispondendo a una domanda sulla convergenza che la senatrice Liliana Segre ha chiesto sul testo: «Se questa è una priorità del Paese, la trovo una str...ata enorme». Qualche applauso, più mugugni. C’è anche l’immancabile stoccata a Dario Nardella, nemesi renziana, parlando del voto a Romano Prodi come presidente della Repubblica: «Di Italia Viva non lo votarono in due, uno è un europarlamentare, già sindaco di un’importante città. Non dirò il nome, non im porta che faccia rima con un formaggio campano...»

Renzi, però, torna al ruolo di paciere. A Conte che gli chiede a Schlein di farsi garante del suo ingresso in coalizione risponde citando Clint Eastwood: «Se vuoi una garanzia, comprati un tostapane». Lui, dice, non ha bisogno di dare garanzie: «Ho portato Sergio Mattarella al Quirinale, non ho portato Matteo Salvini al Quirinale». Quello che serve è un accordo con «paletti chiari per tutti».

E infatti Renzi continua a fare il renziano anche quando fa il campo-larghista. Propone un «contratto alla tedesca», un accordo in cui forze politiche diverse cercano tempi, responsabilità e regole definite per governare insieme. Perché, dice, «continuare a litigare nel centrosinistra significa regalare il Paese alla Meloni». La stessa preoccupazione, sponda minoranza Pd, arriva da Giorgio Gori: «È molto importante ricucire il mondo riformista», rassicura prima. Poi mette il pepe: «Io candidato riformista alle primarie? Non ragioniamo con i “se”». E a chi gli chiede se è una rinuncia risponde: «È una conclusione che ha tratto Taruffi. Se leggo le dichiarazioni di Bonaccini, di Taruffi, di Boccia che dicono “Non scherziamo” in riferimento a una mia candidatura, capisco che è un loro punto di vista».

Ed è questo, alla fine, il paso doble di Renzi. Un po’ fa incazzare gli alleati, proponendo Calabresi, mettendo De Luca sulla sicurezza, dando spazio a chi critica la linea del Pd. Un po’ lavora per tenerli insieme, perché senza quel campo largo non c’è la scommessa politica che ha in testa. Piccona il tavolo e nello stesso tempo cerca di impedire che salti.

È la politica, baby, e tu non puoi farci nulla. O, in renziano: «State sereni». 

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