Leopolda, dai sondaggi al 3% alla riconquista di Itaca: ma la comunicazione (da sola) non basterà
Il format, gli studenti in prima fila e le trovate funzionano: ora bisogna ritrovare gli elettori
FIRENZE. La Leopolda ha trovato il mare. Basta leggere i giornali del giorno dopo la prima giornata: onde, velieri, mostri marini. Il titolo, «Riprenderci Itaca», ha fatto il resto. Renzi ha messo in scena il ritorno a casa e i media si sono imbarcati. Quando una convention riesce a imporre il vocabolario con cui viene raccontata, la comunicazione ha già fatto metà del viaggio.
C’è il Tajanometro, cartonato di Antonio Tajani in versione Mrs Doubtfire: una trovata di marketing costruita sulla polemica per la «gonna lunga» come parametro di affidabilità femminile. È fatto per essere fotografato, ricondiviso, trasformato in storie di Instagram. Proietta la Leopolda fuori dalla stazione. La stessa logica si ritrova nei mille studenti della scuola “Meritare l’Europa”, molti in camicia bianca, divisa non ufficiale della Leopolda, piazzati nelle prime file. Cambia la fotografia della sala e con essa il racconto. Invece del partito che cerca ossigeno, arriva l’immagine di una comunità giovane che forma, discute, propone. Renzi, però, non si limita a invitare personaggi capaci di attirare attenzione: prende linguaggi e format che hanno già un pubblico e li porta dentro il proprio racconto. Fedez appartiene a un ecosistema lontano dalla politica tradizionale; The Journalai parla la lingua dei nuovi media. La Leopolda li ingloba e sfrutta la loro capacità di parlare ad altri pubblici.
Solo che, nel frattempo, il mare si è riempito. Quella che un tempo sembrava una specialità renziana è diventata patrimonio comune. Prima Salvini ha trasformato la diretta Facebook, il telefono davanti alla telecamera, la cucina e il selfie in un comizio permanente. Meloni ha costruito un rapporto quotidiano con il proprio pubblico attraverso video brevi e messaggi diretti. Vannacci ha spinto ancora oltre la comunicazione non mediata, fino all’uso discusso dell’intelligenza artificiale e dell’AI slop. La lezione l’hanno studiata tutti.
Anche il racconto dell’imprenditore che parte da zero, rischia e arriva al successo ha perso freschezza. Alla Leopolda Federico Marchetti racconta il percorso dallo studente fuori sede all’imprenditore e consigliere di re Carlo. È un buon format, ma il mito del «se ce l’ha fatta lui puoi farcela anche tu» trova ormai resistenze. Parla soprattutto a chi riconosce già quel mondo: università, Bocconi, impresa, professioni. Molto meno a chi da quei circuiti è fuori.
È qui il limite della comunicazione. Può far parlare moltissimo di un partito che vale intorno al 3 per cento, creare immagini e imporre parole. Ma alla fine deve produrre voti. E qui il mare è affollato. Al centro si sono moltiplicati movimenti, liste, progetti. Il centro sembra aver preso il vecchio vizio della sinistra: dividersi. Ma gli elettori restano quelli.
La Leopolda 14 resta una prova notevole di abilità comunicativa: Renzi ha scelto una metafora, l’ha trasformata in scenografia e l’ha fatta arrivare ai titoli dei giornali. Ha imposto la metafora del viaggio di ritorno a casa dalla guerra (il nostos, in greco) e, a questo punto, anche chi scrive è rimasto a bordo. Ma le metafore, quando entrano in circolo, smettono di essere bidimensionali: si possono esplorare in lungo e in largo. Per esempio, uno dei nostoi, l’universo poetico cui appartiene l’Odissea, è la Telegonia di Eugammone di Cirene: Ulisse torna a Itaca, ma riparte e finisce tragicamente. Non proprio «tutti vissero felici e contenti». Se Renzi riuscirà a riprendersi Itaca, troverà ad aspettarlo, più che Penelope e i banchetti, una montagna di problemi: litigiosità, debito pubblico, costo dell’energia, bilanci risicati per stipendi, sanità e welfare. Il nostos è una buona storia; l’approdo, però, è solo l’inizio.
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