Il Tirreno

Toscana

L’intervista

Venezuela, l’esperto toscano di geopolitica: «Forzatura degli Usa, adesso contro chi si muoverà Trump?»

di Federico Lazzotti
Sostenitori del presidente Maduro ieri a Caracas
Sostenitori del presidente Maduro ieri a Caracas

Lucio Tirinnanzi riflette sul blitz in Sudamerica: «Suppongo che ci sarà un governo di passaggio eterodiretto da Washington»

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«La vera domanda è: a chi toccherà dopo il Venezuela?». Lucio Tirinnanzi, giornalista e scrittore livornese, 46 anni, esperto di geopolitica, firma di Panorama e oggi editore della casa editrice Paesi Edizioni specializzata in geopolitica, guarda al futuro di un equilibrio mondiale in costante evoluzione e cambiamento.

Tirinnanzi, il “regime change” degli Usa in Venezuela che conseguenze avrà?

«Direi che si possono enucleare tre livelli. Il primo e più evidente è che gli Stati Uniti per l’ennesima volta hanno forzato la mano del diritto internazionale coprendo un’azione di “regime change” come un’operazione antiterrorismo e antidroga. Così hanno bypassato l’Onu e qualsiasi regola di ingaggio che consente al presidente degli Stati Uniti di attaccare un altro Paese. Si tratta di una novità pericolosa perché ora altri paesi potrebbero prendere ispirazione da questo non modello. Per il Sudamerica, invece, poco cambia».

Perché?

«Il regime venezuelano era già in difficoltà da anni e nell’agenda degli Stati Uniti, a partire dal governo Obama, c’era l’idea di sostituirne la leadership. Il motivo è semplice: il Venezuela oltre ad essere una delle più importanti riserve di petrolio al mondo, porta con sé un aspetto geopolitico rilevante, essendo stato sinora nell’orbita di Teheran e Mosca, in un asse che univa Russia, Siria, Venezuela e Corea del Nord. Dunque sintetizzando: colpo su colpo gli Stati Uniti stanno eliminando direttamente o indirettamente i propri avversari, e ora sembrano voler puntare alle rotte petrolifere come sfida energetica alla Cina».

Crede che per l’Europa ci saranno conseguenze?

«Il pericolo da un punto di vista della sicurezza è minimo e anche a livello economico il contraccolpo sarà limitato. Vedo più conseguenze negative per il mondo asiatico dei Brics (economie emergenti, ndr) che stava cercando di costruire in Sudamerica un’alternativa al dollaro».

Gli Stati Uniti in passato avevano già effettuato operazioni di “regime change”. Ci sono differenze o similitudini con il Venezuela?

«La novità importante in questo caso è che Maduro ha potuto negoziare con Trump l’uscita dal Paese, acconsentendo a mascherare un colpo di stato straniero con un’operazione antiterrorismo. Prendiamo invece il caso della Siria: Assad è stato portato via dai russi quando hanno capito che la ribellione interna non si poteva più fermare. Qui è diverso, non c’è stata una vera rivolta interna. Maduro ha capito che il chavismo era all’ultimo singhiozzo, ma ha continuato finché gli Stati Uniti glielo hanno consentito».

Uno dei rischi, come successo in Libia e Iraq, è di un vuoto politico-istituzionale che viene riempito da forze difficilmente controllabili.

«Il vuoto durerà poco. Gli Stati Uniti hanno già previsto come sostituire Maduro, con se stessi intanto».

Ipotesi per il futuro?

«Suppongo che ci sarà un governo di passaggio eterodiretto da Washington. Maria Machado (leader dell’opposizione ndr) potrà rientrare nel Paese per essere una leader ma non ha il consenso per guidare il Paese, come ha sottolineato lo stesso Trump in conferenza stampa. L’assegnazione del Nobel per la Pace poteva essere funzionale a questo, ma Trump vuole governare direttamente per via del petrolio».

In che senso?

«Serve un governo fantoccio. Anche se la comunità internazionale ha dato a Machado una caratura che prima non aveva, lei non offre sufficienti garanzie alla Casa Bianca di poter spadroneggiare. Ma adesso il vero problema del Venezuela è un altro».

I narcos?

«No, la povertà diffusa e la violenza. Ricordiamoci che quello di Maduro era un Paese dove si stabilivano i grammi di pasta o riso che dovevano essere consegnati ai singoli cittadini. L’idea degli americani adesso è che il passaggio dal socialismo al capitalismo attraverso la ridistribuzione dei proventi del petrolio possa portare benessere e progresso. Lo stesso modello che gli Usa pensano di poter attuare a Cuba».

Ultima cosa: Trump con questa mossa non rischia di avere troppi fronti aperti?

«Non direi, bisogna ammettere che Trump ha cominciato il 2026 come aveva promesso. Ha detto che Maduro se ne doveva andare e così è stato. Per lui il dossier venezuelano è chiuso, come anche la questione israelo-palestinese. Adesso il problema lo vedo più per Russia e Iran che potrebbero essere i prossimi che Trump ha intenzione di mettere nel mirino».

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