Il Tirreno

Toscana

L’intervista

Recinto post-sballo, l’ex vicedirettore Caritas: «Se è un parcheggio non serve: meglio lavorare sulle famiglie»

di Federico Lazzotti
Recinto post-sballo, l’ex vicedirettore Caritas: «Se è un parcheggio non serve: meglio lavorare sulle famiglie»

Don Antonio Cecconi da 50 anni nella Chiesa: «Ragzzi sempre più isolati. Padre e madre devono essere una guida, non amici»

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LIVORNO. «Di solito si previene, così si tampona nel momento in cui il ragazzo o la ragazza hanno già bevuto. Se uno è sballato l’operatore che cosa può fare? Potrà fare un ragionamento con chi è alterato? C’è la lucidità necessaria?». Don Antonio Cecconi lo scorso anno ha fatto un passo indietro perché «non volevo che le attività della canonica diminuisse proporzionalmente alle energie del parroco». Ma di strada, dalla parrocchia di Calci alla parrocchia di Calci, ne ha fatta. Tra il primo e l’ultimo incarico ha trascorso 50 anni in tutte le declinazioni della Chiesa: dagli altari di periferia ai vertici della Caritas ( è stato vicedirettore ndr), dai convegni alla strada. «Ora mi occupo delle Acli e sono nel consiglio direttivo della Fondazione Casa Cardinale Maffi».

L’iniziativa di Prato la convince?

«Non ho tutte le informazioni necessarie. Andrebbe saputo se ci sono esempi simili all’estero e che risultato hanno avuto. Ma credo che questo ragionamento sia stato fatto».

Una tenda dove smaltire lo sballo è l’ultimo baluardo per cercare di proteggere un giovane…

«Infatti è sui motivi dello sballo che dovremmo riflettere. Come e perché i giovani riescono a procurarsi droga e alcol facilmente».

Ma chi è cambiato di più i giovani o gli adulti? Ed è questo il problema?

«Ho fatto il parroco fino a un anno fa a Calci dove ero stato aiuto cappellano e diventai prete nel 1974. In quegli anni i ragazzi li conoscevo tutti, ora ritornando, chiedevo lumi anche ai vice parroci e loro ne conoscevano solo una parte».

È un problema?

«Dire di sì. Vuol dire che la capacità anche della Chiesa di inserirsi nel mondo giovanile e di capirne problemi e dinamiche è calato».

Eppure la Chiesa celebra il Giubileo dei giovani con entusiasmo e un’ottima risposta di presenze.

«Infatti il rischio è questo: guardare solo a quelli bravi, che vanno a messa e suonano la chitarra, una specie di élite. E perdere di vista l’altra grande parte del mondo giovanile, quella che ha difficoltà, che si perde».

E la Chiesa in questo che responsabilità ha e come può aiutare a innescare un meccanismo virtuoso?

«In 50 anni la società è cambiata, la discoteca prima erano un sogno. L’oratorio era al centro: ping pong, biliardino. I videogiochi e i social hanno individualizzato: sei a casa e giochi o chatti con un amico altrove. Su questo ci dobbiamo interpellare. E qui entrano in ballo anche le famiglie».

Separazioni, instabilità emotiva e fisica, i figli a metà. È il problema?

«Senza giudicare nessuno e rispettando tutti, mica fa bene stare tre giorni con un genitore e altri tre con un altro. Ricordo una ragazzina che arrivò in lacrime agli scout perché la divisa era dalla madre e lei era stata accompagnata dal padre. Di- cono che è meglio separati che insieme litigando, io credo siano meglio due genitori insieme in armonia».

Un consiglio ai genitori?

«Servirebbero scuole per genitori. Ma di una cosa sono sicura: padre e madre devono essere una guida, non amici. E poi fare esperienze di socialità: dai vestiti, ai gruppi d’acquisto, fino allo stare insieme. Così i figli starebbero più insieme e meno davanti al pc o a fare i bulletti».


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