Il Tirreno

L'intervista

Marisa Laurito: «Per Fellini mi buttai sotto l’auto, ho vissuto in casa con Benigni». E quella gaffe...

di Luca Tronchetti

	Marisa Laurito
Marisa Laurito

L’attrice compie 75 anni: una vita immersa nelle forme dell’arte. «De Crescenzo e Arbore i maestri. Che gaffe a pranzo dall’avvocato Agnelli»

7 MINUTI DI LETTURA





Il fuoco sacro dell’arte anima la sua vita e accende un talento poliedrico capace di spaziare, usando le corde della simpatia, tra teatro, cinema, tv, pittura, scultura, fotografia (al suo attivo cinque mostre). Sempre all’avanguardia e proiettata nel futuro mettendo in un cassetto i ricordi e i successi degli anni Ottanta con la Rai dell’improvvisazione che rivoluzionò il costume degli italiani. Marisa Laurito – attrice, cabarettista, presentatrice – oggi compie 75 anni e mantiene inalterata la sua orgogliosa indipendenza e la naturale ironia con perfetti tempi comici.

Napoletana verace, romana d’adozione, lombarda per amore: «Festeggio solamente in due circostanze: Natale e il giorno del compleanno. Da oltre 20 anni sono impegnata con l’imprenditore bresciano Pietro Perdini. Trascorro con lui qualche giorno, poi torno nella mia casa affacciata sul Tevere per concedere il bis con gli amici di quella geniale avventura corale sviluppatasi attorno a Renzo Arbore. Il mio futuro? Sto realizzando un programma su La7 legato alla cucina, la mia grande passione, e gireremo il Bel Paese a caccia di storie rappresentative dell’eccellenza italiana a tavola».

Attrici si nasce o si diventa?

«A 8 anni decisi che mi sarei esibita su un palcoscenico. Trovai in soffitta un baule con vestiti, cappelli, scarpe. Iniziai a indossare quei costumi e davanti allo specchio improvvisai un balletto intonando una canzone. Mi rendo conto di essere stata miracolata perché io non so fare nient’altro».

I suoi genitori come la presero?

«Malissimo. Papà Nino, operaio delle ferrovie, nato in Calabria e sfollato a Napoli dopo la guerra, era severissimo, e Mamma Tina, che ho perso quando avevo 16 anni (come tutte le ragazze di buona famiglia si era diplomata al Conservatorio di Napoli e sapeva suonare benissimo il pianoforte) non mi hanno assecondata. Ma io sono nacapatosta e ho iniziato a recitare nei teatrini delle parrocchie per poi passare, come semi professionista, a esibirmi nel dopolavoro di grandi aziende statali».

Ricorda la sua prima importante recita?

«A 17 anni alla chiesa di Santa Maria a Piedigrotta nel ruolo da protagonista del capolavoro Filumena Marturano , un classico del teatro napoletano firmato Eduardo. Non potevo immaginare che quattro anni dopo, il 19 aprile, nel giorno dei miei 21 anni (all’epoca si diventava maggiorenni), il grande maestro mi avrebbe sottoposto a un provino al termine del quale venni scritturata. Sei anni di lavoro con lui in teatro e in televisione che hanno segnato la mia carriera».

Il primo incontro con il drammaturgo?

«Morivo di paura. Un’emozione fortissima. Arrivata al Teatro San Ferdinando, me lo trovai davanti in abito blu e camicia rosa, identica al colore della sua pelle per il tanto cerone messo negli anni che non andava più via. Aveva bisogno di nuovi attori giovani per la sua compagnia. Recitai un monologo. Lui mi osservò con quello sguardo magnetico, senza parlare. Pensai che avevo fatto schifo, ma lui prese il copione e sostituì tutte le parole che contenevano la lettera erre. E venni scritturata».

La sua inconfondibile erre moscia, che l’ha resa subito riconoscibile, inizialmente ha costituito un handicap?

«In quegli anni si stava attenti alla dizione e la mia erre francese, molto diffusa a Napoli, e non solo, tra le famiglie nobili, mal si addice ai ruoli di servetta, nipote o attrice giovane. Più avanti quello che poteva rappresentare un deficit è diventato un’unicità espressiva che mi ha reso più divertente agli occhi del pubblico».

Si trasferì a Roma perché voleva fare un film con Fellini?

«Sognavo d’incontrarlo. Volevo recitare in un suo film e cominciai a pedinarlo a Cinecittà. Ogni giorno il regista alle 13,30 usciva dagli studi per farsi accompagnare in macchina a pranzo. Vedo sbucare l’auto che rallenta per inserirsi nel traffico e mi butto sotto fingendo di svenire. Lui esce dall’auto e spaventato grida: “Signorina, si è fatta molto male?”. Io apro gli occhi, tiro fuori le mie foto e il curriculum che avevo portato in una cartellina e mi presento: “Dottor Fellini, sono brava come attrice drammatica?”. Lui scoppia a ridere e allora chiedo un appuntamento nel suo ufficio convinta che mi avrebbe scritturato, ma non se ne fece niente».

Cosa hanno rappresentato per lei Proietti e De Crescenzo?

«Gigi è stata una persona straordinaria con tante serate trascorse a cantare le canzoni romane e con una capacità, più unica che rara, di trasmettere attraverso l’esempio la sua arte. Luciano è stato il migliore amico con cui parlo ancora oggi che non c’è più. Passavamo il Natale insieme e nel 1976 devo a lui il mio primo film da protagonista con Manfredi e Tognazzi. Si intitolava “La Mazzetta” diretto da Corbucci e prodotto da De Laurentiis. Avevo 26 anni».

Come inizia il sodalizio con Arbore?

«Ci conosciamo da 50 anni e per me Renzo è un parente stretto. Mi ha insegnato a volare nel meraviglioso mondo dell’improvvisazione attraverso programmi che hanno segnato un’epoca come “Quelli della notte”, “Marisa la nuit”, “Meno siamo meglio stiamo”. Me lo presentò una sera De Crescenzo. In quel periodo avevo già firmato un contratto con Pingitore al Bagaglino, il tempio del cabaret romano. Cominciammo a frequentarci e lui mi propose di partecipare in tv a “Quelli della notte” con Andy Luotto, Riccardo Pazzaglia, Nino Frassica, Maurizio Ferrini e tanti altri. Mi cucì addosso il personaggio di sua cugina, donna tradizionalista. Con la mia incoscienza accettai quel salto nel vuoto, non me ne sono pentita».

L’episodio più curioso che le è capitato

«A Torino a casa Agnelli. Una mattina, dopo uno spettacolo, mi telefona Arbore. “Mi ha chiamato l’Avvocato, ci invitano a pranzo a Villar Perosa: mi raccomando non facciamoci riconoscere”. Renzo, che in scena si presenta in modo alternativo, nella vita di tutti i giorni è molto formale e ha un’educazione e un’attenzione ai luoghi e alle persone persino esasperante. Oltre a noi due erano stati scelti per l’occasione Ugo Porcelli, autore di tutti i programmi arboriani, e Luciano De Crescenzo. Nel tragitto in taxi, dall’hotel alla residenza Agnelli, scoppiò un temporale che mi fece arrivare bagnata fradicia dalla testa ai piedi all’ingresso del salone. Mentre le gocce d’acqua inondavano la moquette arriva dal giardino Gianni Agnelli accompagnato da tre meravigliosi esemplari di Husky che non lasciarono traccia sul pavimento. Esclamai ad alta voce: “Ma questo è un miracolo”. Renzo mi avrebbe ucciso. Durante il pranzo le gaffe si moltiplicarono. A tavola c’erano mille posate e non capivo quale usare. All’inizio arriva una tazzina da caffè con dentro il brodo di tartaruga. Due sorsi ed era finito. Così ad alta voce gridai: “Molto buono, ma ne posso avere un altro?”. Ero seduta accanto all’Avvocato e per attaccare discorso raccontai di come anni prima ero rimasta bloccata in strada per la rottura della coppa dell’olio della mia Fiat 500. Agnelli iniziò a tossire e d’istinto gli diedi un paio di colpi sulla schiena. Meno male che lui si mise a ridere. Quando ce ne andammo affamati io proposi ad Arbore e soci di andarci a mangiare un bel panino».

L’attore più simpatico e il più vanitoso?

«Nel 1991 ho condiviso il set con Antonio Banderas in “Tierra nueva”, una persona piacevole, ironica e divertente. Tutto il contrario di un altro bellissimo come Alain Delon che ho avuto ospite nel 1992 a “Serata d’onore” su Rai Due. Se la tirava molto: supponente e antipatico come pochi altri».

Il suo rapporto con la Toscana?

«È legato a Roberto Benigni. Per un po’ di tempo abbiamo condiviso, assieme ad altri attori squattrinati, un piccolo locale in subaffitto a 30mila lire al mese. Ci arrangiavamo per mangiare e alcuni si accontentavano di dormire perfino nella vasca da bagno o per terra. Lo ritengo un genio della comicità».

C’è oggi un’attrice in cui si rivede?

«Direi di no. Ma ce ne sono molte che apprezzo perché uniscono bravura a umanità come Serena Rossi con cui ho lavorato nella fiction tv “Mina Settembre”, Angela Finocchiaro, Paola Cortellesi, Claudia Gerini e Vanessa Scalera».

Con Stefano De Martino, direttore artistico del Festival di Sanremo riuscirà, a coronare il sogno di tornare sul palco dell’Ariston?

«Nel 1989 portai il brano “Il babà è una cosa seria” e nel 2023 ho inviato una canzone dal titolo “Indifferente mai” che non fu selezionata. Un pezzo che ritengo attualissimo e rappresenta tante donne combattive. Sono convinta che avrebbe lo stesso successo di “Tanto pé cantà” presentato da Manfredi nel 1970 o da “Te c’hanno mai mannato a quel paese” eseguito da Sordi».

Qual è il premio di cui va più fiera?

«Ho vinto la Maschera d’argento, il Biglietto d’oro, il Telegatto, il Globo d’oro e quello come migliore attrice al Festival del Cinema di Bogotá. Non li possiedo più: i ladri me li hanno portati via. Mi resta il premio più importante: l’abbraccio e il ringraziamento della gente quando m’incontra per strada». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Primo piano
Il racconto

Morte di Giacomo Bongiorni, noi nella “zona rossa” di Massa: il coprifuoco divide

di Alessandro Tarabani
Speciale Scuola 2030