Calci, pugni e gli estintori usati come armi contro gli agenti: nuove violenze alla Dogaia di Prato
La Procura di Prato continua a documentare aggressioni, telefoni clandestini e traffici interni: l’inchiesta sul sistema criminale nel carcere prosegue dopo i blitz del 2025
PRATO. Un carcere può essere paragonato a una diga: trattiene la pressione finché le crepe restano sottili. Alla Dogaia invece le fenditure continuano ad allargarsi, e ogni settimana qualcosa filtra fuori: calci, pugni, estintori usati dai detenuti come armi contro gli agenti, pestaggi, telefoni clandestini, aggressioni, traffici che resistono anche dopo le grandi operazioni di polizia.
Cosa sta succedendo
L’ultima nota della Procura di Prato racconta un quadro che si inserisce nella stessa inchiesta avviata dal procuratore capo Luca Tescaroli, quella che nel 2025 aveva portato ai blitz di giugno e di novembre, con perquisizioni su larga scala e il sequestro di droga, cellulari e armi rudimentali. Le indagini non si sono fermate e continuano a delineare quello che gli inquirenti descrivono come un sistema criminale interno, capace di organizzarsi, intimidire e reagire anche dopo gli interventi repressivi. I fatti più recenti si concentrano nelle prime settimane del 2026. L’8 gennaio un detenuto marocchino, nel reparto di media sicurezza, aggredisce un agente che gli aveva impedito di usare l’ascensore: pugni e colpi con un estintore, trauma cranico e lesioni giudicate guaribili in dieci giorni. Pochi giorni dopo, il 12 gennaio, un detenuto albanese tenta di forzare uno sbarramento nella settima sezione per entrare nell’atrio: nella colluttazione un poliziotto riporta la frattura di una mano, con prognosi di trenta giorni. La sequenza prosegue a febbraio. Il 2 del mese viene trovato uno smartphone Redmi senza sim negli spazi comuni dell’alta sicurezza, nelle scale che collegano le sezioni al piano terra: un altro dispositivo che conferma come la circolazione di telefoni continui nonostante i sequestri e le perquisizioni degli ultimi mesi.
Gli altri episodi
Il 6 febbraio, ancora violenza: un detenuto romeno di ventisei anni spruzza il contenuto di un estintore verso il volto di un agente e lo colpisce, provocandogli una lesione agli occhi giudicata guaribile in sette giorni. Nella stessa azione viene danneggiata una telecamera di sorveglianza. Dalle carte poi emergono episodi precedenti che restano parte del fascicolo investigativo. Il 18 novembre 2025 un detenuto tunisino aveva spinto un agente contro uno sbarramento durante la chiusura blindata di una cella, provocandogli ferite anche al volto. In un altro caso, un detenuto libico aveva minacciato di morte il primo dirigente comandante del carcere, tentando di colpirlo e lanciandogli contro un estintore. Le indagini riguardano anche un episodio del 29 novembre 2025 avvenuto nell’infermeria centrale: un ispettore superiore della polizia penitenziaria è stato raggiunto da un avviso di garanzia per percosse nei confronti di un detenuto immobilizzato, colpito con schiaffi mentre era già bloccato da altri agenti. Accanto alla violenza fisica continua a emergere l’altra faccia del sistema: l’attività di compravendita di stupefacenti e l’uso illegale di telefonini, che restano presenti alla Dogaia nonostante le operazioni del 2025. L’ultimo episodio risale al 31 gennaio scorso, quando un detenuto ventiduenne è stato sorpreso a utilizzare uno smartphone LG; alla vista degli agenti si è chiuso in bagno tentando di distruggerlo. Il telefono, recuperato e sequestrato, era privo di sim ma ancora utilizzabile come dispositivo di comunicazione. Il quadro che emerge dalle carte è quello di un carcere attraversato da tensioni costanti, dove aggressioni e traffici si intrecciano con una capacità organizzativa che gli inquirenti continuano a ricostruire tassello dopo tassello. L’inchiesta aperta lo scorso anno prosegue, e ogni nuovo caso aggiunge un dettaglio alla stessa fotografia: un sistema interno che, nonostante i blitz e i sequestri, resta in piedi e che la Procura sta tentando di scardinare pezzo dopo pezzo.
