Morire di lavoro, la riflessione di uno studente dopo l’incidente a Livorno: «Non chiamatele morti bianche»
«La politica non si fermi ai messaggi di cordoglio, servono investimenti in tecnologia»
Mentre noi la mattina prepariamo lo zaino per andare a scuola, sognando il nostro futuro, c’è chi saluta la famiglia per andare a guadagnarselo, quel futuro, e non torna più indietro. L’ultima tragedia avvenuta proprio qui, nella nostra Livorno, non è solo un articolo di cronaca nera: è un grido d’allarme che squarcia il silenzio delle nostre aule e delle nostre case. Si parla spesso di "morti bianche", un termine quasi delicato che però nasconde una realtà violenta.
Non c’è niente di bianco nel sangue versato su un cantiere o nel porto; c’è solo il grigio di un sistema che sembra aver messo i guadagni davanti alla vita. Come studenti, ci viene insegnato che il lavoro nobilita l’uomo, ma che nobiltà c’è nel morire perché un’impalcatura non tiene o perché i ritmi sono così serrati da far saltare ogni procedura di sicurezza? Il punto è semplice quanto drammatico: la sicurezza costa. Costa tempo, costa materiali, costa formazione. E ultimamente molti sembrano convinti che si possa "risparmiare" sulla pelle dei lavoratori.
Non bastano le multe simboliche. Servono sanzioni che blocchino davvero chi non rispetta le norme e leggi più severe per chi sgarra. Le leggi ci sono, ma se nessuno controlla che vengano applicate, restano inchiostro su carta. Abbiamo bisogno di più ispettori e meno burocrazia. Inoltre la cultura della sicurezza deve partire da noi, dalle scuole. Non dobbiamo imparare solo come si lavora, ma come si lavora in salute. Noi siamo la prossima generazione di lavoratori, tecnici, ingegneri e operai. Non possiamo accettare che la normalità sia "sperare che oggi vada tutto bene".
La morte avvenuta a Livorno pochi giorni fa è una ferita aperta per tutta la città e ci ricorda che ogni vittima è un fallimento collettivo. Chiediamo che la politica non si fermi ai messaggi di cordoglio sui social. Servono investimenti reali, tecnologie moderne che proteggano l’essere umano e una legislazione che tratti l’omissione delle norme di sicurezza come un reato grave, senza sconti. Il lavoro deve dare la vita, non toglierla.
(*) Studente di 16 anni del liceo Scientifico Cecioni di Livorno
