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Il caso

Strage di Prato, morti 7 operai: le sorelle Lin scappano in Cina per evitare la condanna ma chiedono il risarcimento

di Paolo Nencioni

	L'incendio a Teresa Moda
L'incendio a Teresa Moda

È il paradossale risvolto giudiziario di cui sono protagoniste le due sorelle cinesi Lin Youlan e Lin Youli: hanno pensato di battere cassa chiedendo l’ingiusta detenzione, un’istanza bocciata dalla Cassazione

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PRATO. Sono scappate in Cina per non scontare due condanne definitive, rispettivamente a 8 anni e 8 mesi e 6 anni e 10 mesi, ma prima hanno fatto causa allo Stato italiano chiedendo che fosse loro riconosciuta l’ingiusta detenzione, funzionale a ottenere un risarcimento, per 120 giorni di carcere scontati prima della concessione degli arresti domiciliari. Ricorso peraltro bocciato.

Il caso delle sorelle Lin

È il paradossale risvolto giudiziario di cui sono protagoniste le due sorelle cinesi Lin Youlan e Lin Youli, due nomi diventati famigerati a cavallo tra il 2013 e il 2014 e che ci riportano a una strage, quella della confezione Teresa Moda di via Toscana, dove il 1° dicembre 2013 morirono sette operai cinesi nell’incendio del capannone di via Toscana.

Le condanne del 2018

Lin Youlan e Lin Youli erano le titolari dell’azienda e al termine di un lungo processo sono state condannate nel 2018 alle pene di cui si diceva perché sono state giudicate responsabili di non aver rispettato le misure di sicurezza in quel capannone che diventò un forno, mentre i due fratelli italiani proprietari dell’immobile, Giacomo e Massimo Pellegrini, condannati in primo grado e in appello, sono stati assolti in Cassazione.

Una tragedia che Prato ricorda ogni anno

Ogni anno quel 1° dicembre viene commemorato a Prato, perché non si ripeta più una tragedia simile, ma la vicenda giudiziaria sembrava consegnata agli archivi. E invece è tornata di attualità grazie a una sentenza dello scorso 16 gennaio con la quale la Corte di Cassazione ha respinto un ricorso in cui le sorelle Lin, dopo aver sfruttato i loro connazionali, chiedevano che fosse loro riconosciuta l’ingiusta detenzione in relazione alla custodia cautelare prima del processo.

Il ricorso per ingiusta detenzione

Per questo già nel 2014 avevano presentato un’istanza in Cassazione per il riconoscimento dell’ingiusta detenzione, sostenendo che quando furono arrestate e messe in carcere, il 20 marzo 2014, il giudice avrebbe potuto metterle agli arresti domiciliari, avendo loro a disposizione la casa nella quale vivevano insieme al marito di una delle due. In carcere sono rimaste fino al 18 luglio 2014 (questi i 120 giorni di cui si dolgono), poi hanno scontato gli arresti domiciliari fino al 10 novembre e l’obbligo di firma fino al 6 luglio 2015. Insomma, un trattamento non certo vessatorio per chi era indagato con l’accusa di aver provocato la morte di sette persone.

La fuga del 2018

Semmai ci sarebbe da chiedersi come sia stato possibile che nel 2018, pochi giorni prima della sentenza della Cassazione che avrebbe dovuto confermare o annullare le due condanne inflitte alle sorelle Lin in primo e secondo grado, un giudice abbia ritenuto opportuno restituire i passaporti alle sorelle Lin. Il finale era già scritto: ottenuti i passaporti, le due donne sono tornate in Cina e nessuno le ha più viste in Italia. Non sono scappate di nascosto, hanno preso un aereo a Malpensa e chi si è visto si è visto.

La Cassazione boccia l’istanza

Ma quel ricorso basato su un cavillo è stato respinto grazie a un altro cavillo. La suprema corte ha infatti stabilito che la volontà di richiedere una riparazione per ingiusta detenzione «deve essere espressa personalmente o a mezzo del difensore munito di procura speciale». Cosa che evidentemente le sorelle Lin non hanno fatto.

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