L'episodio choc
La Galleria degli Alberti è il tesoro dimenticato di Prato
Pochi visitatori dopo la lunga battaglia per tenere le opere in città. Banca Intesa ne prende atto e riduce gli orari di apertura
PRATO. Nell’estate del 2013, quando Gianni Zonin, allora presidente della Popolare di Vicenza, provò a scippare a Prato tre capolavori rinascimentali e se li portò a Thiene, sede della banca che poi lui stesso avrebbe portato al fallimento, si gridò allo scandalo. La città insorse contro i veneti che depredavano la Toscana e iniziò una lunga battaglia che si è conclusa solo nel 2023, quando il Consiglio di Stato ha deciso che le 142 opere conservate nella Galleria degli Alberti devono rimanere nel palazzo di via della Rinaldesca, o comunque a Prato.
Ma quel dolce finale, per i pratesi, è ora diventato un po’ più amaro perché ci si è accorti che in realtà quei capolavori per i quali si fecero le barricate interessano a pochi. Sarebbe meglio dire che in pochi li vanno a vedere. Banca Intesa, che ha rilevato quello che restava della Popolare di Vicenza e ora ha i quadri in custodia (la proprietà è del curatore fallimentare della Popolare), ne ha preso atto e ha ridotto i giorni di apertura alla prima domenica del mese e nelle festività (oltre alle visite su prenotazione). Insomma, un tesoro dimenticato proprio da chi, sulla carta, era pronto a immolarsi per non perderlo.
Sulla questione ci ha inviato una riflessione l’architetto Filippo Boretti, che ha il pregio di essere molto lucida.
«Ora, il punto non è fare la guerra alla banca. Il punto è guardare Prato negli occhi – scrive Boretti – Perché se Prato fosse davvero un polo attrattivo per arte e cultura, la reazione naturale non sarebbe “riduciamo”, ma “potenziamo”: più aperture, più mediazione, più attività, più alleanze. Invece si rimodula ciò che non viene abitato. E qui entra la crisi della città: negli ultimi anni abbiamo parlato molto di marketing territoriale, di narrative, di turismo industriale come slogan. Ma abbiamo disimparato il presidio culturale quotidiano, quello che crea abitudine, rito, pubblico».
«Eppure – ricorda Boretti – la città conserva una densità rara: chiese, castello, conventi, musei, galleria. Prato possiede capolavori che molte città “più turistiche” in Centro Italia si sognano. E li tratta come un bene accessorio, non come un asse strategico. Basterebbe una domanda, quasi crudele, per misurare la distanza: chi è davvero, per un pratese medio, Francesco di Marco Datini? E cosa ha generato, fino a oggi, la sua figura, il suo lascito, la sua idea di mondo? A volte perfino Wikipedia è più generosa della nostra coscienza civica».
«C’è stato un tempo, questo sì – aggiunge Boretti – in cui Prato ha mostrato un’altra ambizione: dalla metà degli anni ’70 fino alla fine dei ’90, con un picco simbolico nell’epoca che portò alla nascita del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci (1988). Poi la lunga vicenda della collezione della ex Cassa di Risparmio ha fatto tremare la città. Ma su un punto, alla fine, Prato ha vinto: le opere restano a Prato, vincolate al Palazzo. È il nodo che ha chiuso la querelle. E allora la domanda è brutalmente semplice: se le opere “non possono andare via”, perché sembra che siamo noi a essere andati via da loro? La cultura, e con essa il centro storico della città, potrebbe essere un volano economico, sociale, turistico. Potrebbe intercettare chi cerca bellezza fuori dai circuiti saturi (Firenze per prima). Ma per farlo serve una città adulta: capace di programmare, comunicare, creare orari sensati, mettere in rete, costruire relazioni nazionali e internazionali, con fondazioni, musei, istituti, oltre che con scuole, associazioni, operatori, alberghi, ristorazione, trasporti. Uno scrigno come Palazzo degli Alberti non si “tiene aperto”: si fa vivere. E vista la sua storia, l’onere non è solo della banca: è anche della città che ha voluto, giustamente, vincolarlo a sé stessa. Se oggi lo si apre meno, non è solo una scelta gestionale. È un indicatore: misura quanto una città crede ancora di meritare ciò che possiede. Uno scrigno “a orario ridotto” è una città a vocazione sospesa».
Per capire l’importanza del tesoro dimenticato basta citare tre opere: il Crocifisso in cimitero ebraico di Giovanni Bellini, la Coronazione di Spine di Caravaggio, la Madonna con bambino di Filippo Lippi. Sono solo tre dei 90 quadri esposti sui 142 della collezione.
Questo tesoro, dice Boretti (e pensano molti altri), meritava di essere promosso dalla città ancora prima che da Banca Intesa, che peraltro è solo custode e non proprietaria. Per esempio coinvolgendo le scuole in visite guidate. O facendo un’efficace opera di marketing culturale che non è mai stata fatta. Forse non è troppo tardi.
