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Disturbi alimentari, come riconoscerli e curarli: parla l'equipe della Residenza Madre Cabrini di Pontremoli

di Giulio Biondi (*)
Disturbi alimentari, come riconoscerli e curarli: parla l'equipe della Residenza Madre Cabrini di Pontremoli

A Pontremoli c’è una struttura sanitaria dedicata alla cura di persone che soffrono di anoressia, bulimia, problemi da alimentazione incontrollata e obesità: «Ecco quali sono i campanelli d’allarme da non sottovalutare»

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I disturbi del comportamento alimentare rappresentano una delle emergenze sanitarie più rilevanti tra adolescenti e giovani adulti. Non si tratta semplicemente di problemi legati al cibo, ma di patologie complesse che coinvolgono la sfera emotiva, relazionale e corporea. Ne abbiamo parlato con l’équipe della Residenza Madre Cabrini Dca di Pontremoli, centro residenziale specializzato nella cura dei Dca.

Quali sono i principali disturbi alimentari e quali differenze ci sono tra loro?

«I disturbi alimentari sono condizioni psicologiche complesse che riguardano il rapporto con il cibo, il peso e l’immagine corporea. Non si tratta solo di “quanto si mangia”, ma soprattutto di emozioni, controllo e autostima. Le principali forme sono tre. L’anoressia nervosa è caratterizzata da una forte restrizione alimentare e da una paura intensa di ingrassare, anche in presenza di sottopeso evidente, con una marcata distorsione dell’immagine corporea. La bulimia nervosa si manifesta con abbuffate seguite da comportamenti compensatori; il peso è spesso nella norma, rendendo il disturbo meno visibile. Il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating) prevede abbuffate ricorrenti senza condotte compensatorie, spesso accompagnate da vergogna e senso di colpa».

Quali sono i segnali d’allarme?

«I campanelli d’allarme possono essere inizialmente poco evidenti: restrizioni alimentari marcate, eliminazione di intere categorie di cibi, abbuffate, forte preoccupazione per il peso, isolamento sociale, irritabilità, ansia o umore depresso. Possono comparire anche segnali fisici come variazioni rapide di peso, stanchezza, difficoltà di concentrazione e irregolarità del ciclo mestruale nelle ragazze. Intervenire precocemente è fondamentale per migliorare la prognosi».

Qual è la fascia d’età più a rischio? I maschi sono coinvolti?

«La fascia più a rischio va dai 12 ai 25 anni, con un picco in adolescenza e un esordio sempre più precoce. Sebbene la prevalenza sia maggiore tra le femmine, i casi maschili sono in aumento. I ragazzi tendono più spesso a non riconoscere il problema o a chiedere aiuto con ritardo».

Quali sono le cause?

«Le cause sono multifattoriali. Tra i fattori psicologici: bassa autostima, perfezionismo, difficoltà nella gestione delle emozioni. Tra quelli biologici: predisposizione genetica e presenza di ansia o depressione. Tra i fattori sociali: pressione verso ideali corporei irrealistici, influenza dei social media, ambienti fortemente focalizzati sull’aspetto fisico».

Quando è necessario un percorso residenziale?

«Quando la condizione psicofisica richiede un intervento più intensivo rispetto al trattamento ambulatoriale. La Residenza Madre Cabrini Dca, attiva dal 2017 a Pontremoli, offre un ambiente protetto e strutturato con un’équipe multidisciplinare composta da psichiatri, psicologi, nutrizionisti, medici, educatori e altri professionisti».

Come funziona il percorso di cura?

«Il programma è altamente strutturato e si articola in quattro aree principali: riabilitazione nutrizionale, con pasti assistiti ed educazione alimentare. Intervento psicologico, con psicoterapia individuale e di gruppo e attività per la rielaborazione dell’immagine corporea. Attività espressive e riabilitative, come musicoterapia e laboratori creativi. Coinvolgimento della famiglia, considerata parte integrante del percorso. A raccontare concretamente cosa significhi vivere questa esperienza è anche la testimonianza di una giovane paziente che ha trascorso un anno in struttura. Inizialmente contraria al ricovero, proveniente da precedenti ospedalizzazioni che avevano “limitato i danni” senza incidere realmente sulla guarigione, descrive l’impatto con le regole, come l’obbligo di terminare il pasto fino all’ultimo chicco di riso, come difficile ma, col tempo, fondamentale».

Come è stato il suo percorso?

«Nel suo percorso sono stati centrali i colloqui settimanali con psicologa e nutrizionista, gli incontri con la psichiatra, il lavoro con la fisioterapista per riavvicinarsi allo sport e i numerosi gruppi terapeutici, tra cui il teatro, esperienza che le ha permesso di mettersi alla prova in modo inaspettato. Significativi anche i legami costruiti con gli altri pazienti, relazioni che andavano oltre la malattia e che hanno contribuito a ricostruire un’identità non più definita dal disturbo. La dimissione è stata accompagnata da paura e incertezza, ma anche dalla consapevolezza di aver compiuto un cambiamento profondo. “Il ricovero mi ha aiutata, ma a salvarmi la vita sono stata io”, scrive nella sua testimonianza, ricordando una frase della psichiatra che l’ha accompagnata nel percorso: “devi imparare a danzare col caos”, ovvero riconoscere le difficoltà senza esserne sopraffatti».

Quanto conta la famiglia e la motivazione personale?

«La famiglia ha un ruolo centrale, soprattutto nei pazienti più giovani. Viene coinvolta con colloqui e percorsi di sostegno, perché il disturbo coinvolge l’intero sistema familiare. La motivazione è fondamentale ma spesso fragile. Per questo una parte importante del trattamento è dedicata a costruire e sostenere nel tempo la consapevolezza del bisogno di cura. Le eventuali ricadute non rappresentano un fallimento, ma possono essere parte del percorso».

Si può guarire?

«Sì, dai disturbi alimentari si può guarire. La tempestività dell’intervento, l’età di esordio e la continuità delle cure sono fattori determinanti. Nella maggior parte dei casi è necessario un percorso prolungato (mediamente almeno due anni) che può prevedere diversi livelli di assistenza, dal trattamento residenziale a quello ambulatoriale. Il primo passo, spesso il più difficile, è chiedere aiuto. I disturbi alimentari tendono a isolare e a far credere di poter affrontare tutto da soli, ma un intervento multidisciplinare specializzato aumenta in modo significativo le possibilità di recupero. Anche eventuali ricadute non devono essere lette come fallimenti, bensì come momenti delicati di un percorso di cambiamento più ampio. La guarigione è possibile quando alla cura clinica si affiancano motivazione, sostegno familiare e continuità terapeutica. Sensibilizzare e favorire l’accesso alle cure resta quindi un obiettivo fondamentale».

L’equipe

Per questa intervista ringraziamo le nutrizioniste Marta Chirieleison e Angelica Chirillo, l’ educatrice Eleonora Pezzoni, Michele Ghelfi, responsabile delle attività motorie, le infermiere Valeria Bertolini, Irene Ravera e Arianna Ribolla. Ringraziamo in particolare la psicologa Benedetta Spaccini per la disponibilità e per il prezioso contributo offerto nell’approfondire un tema così delicato e attuale.

* Studente di 18 anni Liceo Classico Vescovile di Pontremoli


 

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