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Pistoia

Il delitto

Omicidio ad Agliana, per il tribunale Maiorino deve restare in carcere: «Insensibilità per la vita altrui»

di Massimo Donati
Nella foto Daniele Maiorino mentre viene scortato fuori dal tribunale di Pistoia (foto Nucci)
Nella foto Daniele Maiorino mentre viene scortato fuori dal tribunale di Pistoia (foto Nucci)

Ecco perché il Tribunale del riesame ha detto “no” al ricorso

11 febbraio 2024
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AGLIANA. Non solo sussistono quei gravi indizi di colpevolezza che sono stati alla base prima del fermo e poi dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, ma qualunque misura restrittiva diversa da quest’ultima sarebbe inadeguata a eliminare il rischio che l’indagato possa compiere ulteriori gravi delitti contro la persona nel momento in cui si dovesse presentare l’occasione, come un litigio o un’animata discussione, visto che ha dimostrato assoluta mancanza di autocontrollo, completa insensibilità per la vita altrui e spregiudicatezza in ciò che ha fatto. Queste, in estrema sintesi, le motivazioni con cui il Tribunale distrettuale del riesame di Firenze ha respinto il ricorso presentato dai legali di Daniele Mariorino, il 58enne artigiano di Agliana accusato di aver assassinato, la mattina dell’8 gennaio scorso, il cognato Alessio Cini, prima colpendolo alla testa con una spranga e poi, dopo averlo preso a calci mentre era tramortito a terra, dandogli fuoco con la benzina.

I giudici hanno in pratica condiviso le ragioni che hanno spinto il gip di Pistoia ad accogliere la richiesta di custodia in carcere avanzata dal pm Leonardo De Gaudio, dicendo no anche alla richiesta di mitigazione della misura cautelare in quella degli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico avanzata dagli avvocati difensori Katia Dottore Giachino e Fulvia Lippi.

Come più volte scritto, la prova principe in mano alla procura sarebbe quella delle intercettazioni ambientali effettuate grazie alla microspia piazzata dai carabinieri nell’auto del sospettato. Frasi che incastrerebbero il 58enne artigiano, pronunciate – secondo il pm – nel corso di quei monologhi a metà fra una confessione fatta a se stesso e, quando aveva intuito di essere nel mirino degli investigatori, una prova generale a due voci in vista di un eventuale interrogatorio, con tanto di cambio di intonazione tra le ipotetiche domande che il giudice gli avrebbe potuto porre e le risposte che lui gli avrebbe dato: “L’ho ammazzato, proprio una fine di m...”; “Il sangue che veniva fuori, ho commesso un omicidio”; “L’ho preso a calci, gli ho rotto lo sterno, il costato, l’ho troncato...”; “Ho perso il capo... gli ho dato foco”... E quelle parole che farebbero pensare che non si è trattato di un omicidio premeditato ma di un atto di violenza maturato nell’ambito di una lite avvenuta quella tragica mattina dell’8 gennaio tra Daniele Maiorino e il cognato: “Mi ha detto vattene via, delle cose che mi ha fatto incazzare... Non ti avvicinare neanche al cane” diceva fra se e se nell’auto, il 12 gennaio successivo, il presunto assassino. Frasi che inducono gli inquirenti a ipotizzare che Maiorino abbia colpito alla testa il cognato con una spranga al culmine di un litigio avvenuto davanti alla loro abitazione di via Ponte dei Baldi 56, alla Ferruccia, per poi, quando era a terra, prenderlo a calci sul torace e dargli fuoco con la benzina quando era ancora vivo.

Convinzione condivisa anche dal Tribunale del riesame. «Si tratta di affermazioni confessorie che vanno lette tenuto conto anche degli esiti dell’attività investigativa» scrivono i giudici fiorentini riferendosi alle frasi relative alle lesioni riscontrate sulla vittima durante l’autopsia, pronunciate ben prima che i risultati di quest’ultima venissero resi noti. E ancora: «Soliloqui nei quali il Maiorino affronta quanto accaduto per trovare delle giustificazioni da proporre agli inquirenti, ma anche a se stesso».

Maiorino, secondo il tribunale, «appare come l’unico ad avere avuto l’occasione per consumare il delitto» visto che, dall’esame delle registrazioni delle telecamere nella zona «nessuno dall’esterno è arrivato sul luogo» e che «tenuto conto del breve lasso di tempo in cui è stato commesso l’omicidio, ossia tra le ore 5,50 e le ore 5,58, l’autore del fatto deve essere individuato tra gli abitanti dello stabile. A meno di immaginare la presenza di un estraneo già appostato e pronto a commettere il delitto, che, però, nessuno, neanche i cani, avrebbe sentito né arrivare né stazionare nel cortile. L’autore è qualcuno già presente sul posto, potendosi escludere la figlia e la nipote della vittima». I giudici quindi escludono che in quel brevissimo lasso di tempo un estraneo possa essere arrivato, aver commesso il delitto e dato alle fiamme Alessio Cini senza che chi era presente nella villetta e, tanto più, i cani (che abbaiavano a tutti fuorché alle persone a loro familiari), se ne accorgessero.

Il tribunale sottolinea poi come Maiorino fosse «solito dormire in un divano letto in soggiorno, in prossimità della porta che si affaccia sul piazzale dove Alessio Cini è stato ucciso: si può ritenere che dal letto Maiorino poteva monitorare i movimenti della vittima e avrebbe potuto sentire dei rumori e percepire la deflagrazione (quella della tanica di benzina abbandonata dall’assassino accanto al corpo in fiamme, ndr)».

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