Il Tirreno

Pisa

Sanità: il caso

Morta per tumore al seno a 37 anni, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana ora deve un milione ai familiari

di Lorenzo Carducci

	L'ospedale in una foto d'archivio
L'ospedale in una foto d'archivio

Il giudice civile ha condannato la struttura sanitaria per la diagnosi tardiva: i motivi e cosa dice la sentenza

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PISA. Quando le è stato diagnosticato un tumore al seno, col conseguente avvio dei cicli di chemioterapia, era ormai troppo tardi. Secondo i consulenti del tribunale di Pisa, se la malattia fosse stata intercettata a tempo debito, nel luglio del 2016, a cinque anni dalla diagnosi la donna avrebbe avuto una probabilità di sopravvivenza dell’86%. Invece il ritardo diagnostico ha ridotto le speranze al 44%, un numero che si è rivelato insufficiente a evitare la tragedia. La paziente, residente in provincia con la famiglia, è morta il 18 giugno del 2021 all’età di soli 37 anni.

La condanna

Il ritardo è costato all’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, nella persona del direttore generale e legale rappresentante, la condanna a un risarcimento complessivo di oltre 1 milione e 110mila euro nei confronti dei familiari della vittima. Sia per i danni non patrimoniali da loro subiti per la morte della propria congiunta (danno da perdita parentale), che – per diritto ereditario – per quelli subiti dalla stessa donna, che per oltre due anni ha vissuto con la consapevolezza di andare incontro alla morte (danno biologico terminale e danno catastrofale). È il verdetto stabilito dal tribunale civile di Pisa, con la sentenza emessa lo scorso 30 giugno e che presumibilmente verrà impugnata dall’Aoup.

Il calvario

Un vero e proprio calvario quello vissuto dalla giovane paziente e dai suoi parenti, ripercorso integralmente nella causa. Accortasi di un nodulo alla mammella sinistra, nel giugno 2016 la donna si era sottoposta a ecografia e visita senologica nell’apposito centro dell’ospedale Santa Chiara. Gli specialisti rilevarono un addensamento benigno, suggerendo alla paziente di farsi ricontrollare dopo sei mesi, si legge nella sentenza. Ma la donna, allarmata anche dal fattore genetico – la madre fu affetta da un carcinoma mammario a 40 anni – tornò dopo due mesi. Nonostante il riscontrato aumento delle dimensioni della lesione, la diagnosi di benignità rimase invariata.

Fino a quando, appena cinque mesi dopo, un terzo controllo ebbe un esito ben più grave, sfociando nella diagnosi di metastasi da carcinoma, dunque un tumore maligno. Le terapie chemioterapie furono subito attivate, ma il tumore prese sempre più campo, portando la donna a perdere la vita nel giro di pochi anni. Un dolore insanabile per la famiglia, che ritenendo l’iter clinico non del tutto chiaro decise di andare per vie legali. Di fronte al giudice, l’Aoup si è difesa sostenendo che i professionisti abbiano seguito correttamente le linee guida dettate in materia, e che una diagnosi più precoce non avrebbe cambiato in modo significativo il corso della malattia, né purtroppo scongiurato la morte della paziente.

I risarcimenti

Ma sulla base delle consulenze tecniche disposte e delle prove raccolte nel processo civile, il giudice di primo grado è stato di altro avviso. E, ritenendo provato il legame causale tra il ritardo diagnostico e la morte della donna, ha riconosciuto la responsabilità della struttura ospedaliera – che sarebbe stata imprudente – e accolto la richiesta di risarcimento dei suoi familiari. Quattro le persone a cui la sentenza dà diritto a un risarcimento. Il compagno convivente della vittima (oltre 390mila euro per danno parentale), il padre (quasi 360mila euro), il fratello (129mila) e la nonna (poco meno di 102mila). A queste somme si aggiungono i 129mila euro di danni subiti dalla donna, riconosciuti al padre e al fratello per diritto ereditario.

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