Pisa, inchiesta sui finanziamenti Ue: nei guai dipendenti universitari – Il progetto contestato
La vicenda nasce da un’ispezione dell’ufficio europeo antitruffe. Per la procura contabile devono restituire 174mila euro
PISA. Ha un nome – Olaf – che ricorda i Vichinghi, ma in realtà non è altro che l’ufficio contro le frodi dell’Unione europea: un organismo che vigila su come vengono spesi i (tantissimi) soldi che Bruxelles concede, tra l’altro, per attività di ricerca. E proprio l’Olaf ha messo nel mirino un progetto portato avanti dall’Università di Pisa, che si è vista per questa decurtare oltre 600mila euro di finanziamenti. Ora di quanto avvenuto sono chiamate a rispondere dalla procura della Corte dei conti cinque persone (quattro dipendenti dell’ateneo e un esterno) che rischiano di dover restituire almeno parte dei fondi all’Università, parte lesa nel processo erariale. Due di loro hanno già deciso di procedere con il rito abbreviato, che consente di avere un forte “sconto” su quanto dovuto.
Il progetto contestato
La ricerca finita sotto la lente di ingrandimento dell’ufficio antifrode era legata ad aspetti sanitari e, in particolare, alla rigenerazione di tessuti cardiaci. A livello europeo, nel 2009, erano stati concessi finanziamenti per oltre sei milioni a quindici soggetti, tra i quali l’Università di Pisa che avrebbe dovuto ricevere 1,181 milioni.
L’indagine dell’Olaf aveva però bloccato tutto, per una serie di contestazioni. La prima riguardava le spese sostenute per il personale che dichiaratamente era impegnata nel progetto ma che, una volta interrogato – si legge negli atti – «è risultato completamente estraneo alla ricerca e non in grado di dare conto dell’attività svolta». Anzi, in un caso una ricercatrice è risultato aver svolto l’attività a favore di un altro ente, l’Istituto superiore di sanità di cui un referente è l’unico indagato non dipendente dell’Università di Pisa. A questo proposito risulterebbe anche che il personale coinvolto «avendo saputo dell’imminente ispezione Olaf» si sarebbe organizzata per preparare in fretta e furia i fogli di presenza mancanti.
Contestata anche la spesa sostenuta per una dei dipendenti «in quanto assunta con concorso irregolare». Secondo quanto ricostruito da Olaf, infatti, ci sarebbe stata una selezione ad hoc, con la candidata che «avrebbe partecipato in prima persona alla predisposizione del bando di concorso per la propria assunzione».
Ci sono poi spese di certificazione della regolarità contabile fornite da uno studio di commercialisti dove lavorava il fidanzato della responsabile del progetto, «in evidente conflitto di interessi».
Infine, Olaf ha contestato la spesa per l’acquisto non giustificato di un computer e il calcolo dei cosiddetti “costi indiretti”, ritenuto sbilanciato a favore dell’Ateneo.
Soldi in meno
Alla fine dell’indagine l’ufficio europeo ha calcolato che della cifra assegnata all’Università di Pisa erano giustificati soltanto 579mila euro, meno della metà di quanto previsto.
Una parte di questi, non ancora erogati, non sono mai finiti nelle casse dell’Ateneo. In teoria i dipendenti pubblici responsabili del danno avrebbero potuto essere chiamati a rispondere per le mancate entrate, ma la procura della Corte dei conti non ha chiesto accertamento della responsabilità a causa della prescrizione (il progetto si è concluso nel 2013).
L’Università, però aveva già ricevuto 157mila euro in più rispetto ai 579mila effettivamente dovuti. E in questo caso l’azione della procura contabile è scattata. L’Università ha infatti prima (giugno 2020) a versare la cifra alla Ue, ma la Commissione Europea non ha accettato. Poco dopo – come avviene in questi casi – Bruxelles ha deciso però di rientrare in possesso dei soldi “definanziando” in parte una una ricerca in ambito matematico.
Per questi 157mila euro (saliti a 174mila con penali e interessi) non è scattata la prescrizione visto che gli “inviti a dedurre” agli indagati sono arrivati nel 2024, prima dei cinque anni previsti per la prescrizione.
La procura contabile fiorentina ritiene che i quattro dipendenti dell’ateneo pisano siano responsabili ognuno per il 22,5% della cifra (39.251 euro), mentre quello dell’Istituto superiore di sanità debba rispondere per il 10% (17.445 euro).
Rito abbreviato
Due dipendenti di Unipi hanno chiesto di essere ammessi al rito abbreviato, offrendo un pagamento del 25% della cifra loro imputata, cioè circa 9.800 euro. La Corte ha acconsentito e dopo il pagamento ha definito il giudizio nei loro confronti. Per gli altri tre imputati, invece, il processo contabile va avanti.
