Il Tirreno

Pisa

Dentro al corteo

«Manganello al collo e poi i poliziotti mi hanno buttato a terra», Jacopo racconta l’inferno di Pisa

di Francesco Turchi

	Jacopo bloccato a terra dai poliziotti
Jacopo bloccato a terra dai poliziotti

La testimonianza di un giovane che ha partecipato alla manifestazione del 23 febbraio terminata con la carica della polizia ai danni dei giovanissimi manifestanti

27 febbraio 2024
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PISA. Rabbia, rancore. Ma anche paura. I flash di volti insanguinati che continuano a passare davanti agli occhi, insieme ai volti di ragazzi in lacrime. Quei manganelli hanno lasciato il segno nei corpi inermi dei manifestanti ma anche nel cuore di chi ha assistito alla carica, con la voce unica arma a disposizione per gridare “vergogna” contro la furia dei poliziotti. Jacopo è minorenne, ma non è certo un debuttante in questo tipo di cortei. Fa parte di “Alternativa giovanile territoriale”, una delle sigle che hanno organizzato la manifestazione pro-Palestina di venerdì 23 febbraio, finita a colpi di manganello in via San Frediano. Lui, che abita in Valdera (e che a novembre aveva partecipato al blitz sulla Torre con l’esposizione della maxi-bandiera palestinese) ne è diventato uno dei simboli, “grazie” a un video in cui si vede la polizia che lo prende e lo porta in piazza dei Cavalieri, dove viene spinto a terra e bloccato. Come un delinquente qualsiasi.

Jacopo, come è finito lì?

«Ero nelle prime file, stavamo spingendo contro i loro scudi. Mi hanno preso e portato in piazza. Ma poi ci hanno liberato subito, perché c’erano tantissimi turisti che stavano osservando la scena».

Ma la situazione è degenerata...

«Sì, non avevo mai visto niente del genere. Ho partecipato a tante manifestazioni non autorizzate, ma di solito l’atteggiamento della polizia a Pisa era molto più blando».

Peraltro eravate anche pochi, meno di un centinaio...

«Infatti quando ci siamo radunati in piazza Dante ero deluso, proprio per la scarsa partecipazione. Ma abbiamo deciso di fare comunque il corteo, passando da piazza dei Cavalieri, Facoltà di Storia, fino ad arrivare al Polo San Rossore. Ma abbiamo capito subito che c’era qualcosa di strano»

Da cosa?

«Abbiamo trovato quasi subito la camionetta a sbarrarci la strada. Siamo andati avanti, fino a un metro dal cordolo, gridando “Palestina libera”. A volto scoperto. Ma l’impressione che ho avuto subito è che volessero lo scontro».

Poi ha assistito alla guerriglia da un’altra prospettiva. Cos’ha visto?

«Hanno fatto una prima carica: protezione con lo scudo e manganellate da sopra. Poi la seconda: hanno sciolto la formazione, rincorso e colpito chiunque. È la fase che si vede nei video. E ho visto di tutto: poliziotti che non volevano far passare neanche l’ambulanza per soccorrere una ragazza ferita; teste bloccate sulle camionette, professori del Russoli che portavano il ghiaccio agli studenti contusi».

E lei cos’ha fatto?

«Ho cercato di aiutare gli altri, e mi sono ritrovato con un manganello puntato contro il collo. Ho gridato che stavano picchiando dei minorenni. E loro continuavano. Una violenza gratuita mai vista».

Cosa le resta a mente fredda?

«Sono combattuto tra razionalità ed emotività. Da una parte voglio continuare ad impegnarmi nell’azione politica, nella mobilitazione. Dall’altra c’è tanta rabbia, ma anche paura: alcuni miei amici quando ripensano a quello che hanno subito piangono ancora».

È cambiato il suo pensiero sulle forze dell’ordine?

«Prima non mi stavano particolarmente simpatici, ma capivo che è il lavoro e per alcuni di loro indossare la divisa rappresenta anche sorta di emancipazione. Ma quello che ho visto è davvero troppo grave: c’era crudeltà in alcuni di loro, hanno picchiato a sangue ragazzini di 14 anni, senza alcun motivo. E disarmati. Ho visto, in altre occasioni dove i cortei erano a rischio, bandiere con aste di legno per difendersi. Stavolta no. Tutti a mani nude e volto scoperto».

Cosa pensa che accadrà?

«La speranza è che quanto accaduto risvegli gli animi, come hanno dimostrato le tante prese di posizione contro la polizia, anche da ambienti distanti dal nostro. La paura però è che nel giro di qualche giorno i riflettori mediatici si spengano e molti genitori non mandino più i propri figli alle manifestazioni, per paura di incidenti».

E lei cosa farà?

«Andrò avanti, cercando di separare la rabbia e il rancore che provo, dall’idea della vendetta: voglio continuare il mio impegno politico, senza i condizionamenti dei pensieri più cattivi maturati dopo quello che è successo».  

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