Il Tirreno

Pisa

La storia

L'ex autista che tradì Riina sotto processo a Pisa

di Pietro Barghigiani
L'ex autista che tradì Riina sotto processo a Pisa

Balduccio Di Maggio è accusato di aver offeso un agente della penitenziaria

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PISA. Se uno scorre le dense pagine di un casellario giudiziale da antologia del crimine, il reato per cui è finito a processo al Tribunale di Pisa fa sorridere. Di sicuro non scalfisce la corazza umana e “professionale” di uno che ha lastricato di omicidi, eseguiti o decisi, una vita iniziata da killer, proseguita da boss, segnata da un periodo come collaboratore di giustizia e chiusa con l’ennesimo ergastolo per una serie di delitti commessi quando era protetto e pagato dallo Stato.

Baldassare Di Maggio, 68 anni, di San Giuseppe Jato (Palermo) , l’ex autista di Totò Riina, che consegnò ai carabinieri (15 gennaio 1993) iniziando a collaborare con lo Stato, ma anche il presunto testimone (non creduto) del bacio tra Giulio Andreotti e il solito Riina, è imputato per oltraggio a pubblico ufficiale. Un reato bagatellare per “Balduccio” che per un periodo è stato detenuto al Don Bosco. L’udienza in tribunale è stata rapida. Lui era assente, c’era solo l’avvocato Roberto Nocent come sostituito processuale. Non ha chiesto di essere tradotto in aula per un passaggio formale di un processo a cui magari neanche parteciperà. O se deciderà di farlo, sarà per poter uscire per qualche ora di prigione.

La storia minima dello sterminato curriculum giudiziario del boss risale al 27 febbraio 2020. In quel periodo Di Maggio è a Pisa in uno dei suoi numerosi pellegrinaggi carcerari. L’ipotesi del centro clinico di livello nazionale come spiegazione del suo soggiorno è plausibile, ma non scontata. In passato altri malavitosi di grosso calibro, ma anche detenuti eccellenti, sono passati al Don Bosco proprio in virtù dell’offerta sanitaria garantita. Da Angelo Siino, il “ministro” dei lavori pubblici della mafia a Vittorio Mangano, stalliere di Arcore, da Mario Moretti uno dei capi delle Br, pianificatore del rapimento di Aldo Moro (del cui assassinio nel 1993 ha anche ammesso di essere l’esecutore materiale) a Francis Turatello, uno dei protagonisti della mala milanese.

L’accusa da cui deve difendersi l’imputato è quella di aver offeso, tecnicamente oltraggiato, un assistente capo della penitenziaria. Il comportamento di “Balduccio”, stando alle carte, è coerente con un certo modo di intendere e pretendere il rispetto dei suoi interlocutori. E se anche uno indossa la divisa, lui, il boss non si abbassa a parlarci. Vuole rapportarsi con il suo superiore. Succede, dunque, che in occasione di un controllo in quelle che un tempo erano celle e che un recente eufemismo carcerario ribattezza camere di pernottamento, i poliziotti sorprendono Di Maggio a fumare una sigaretta. Avrebbe potuto farlo, ma nel corridoio. Lui contravviene al regolamento interno e resta in cella. Un assistente capo incaricato del controllo nel reparto lo richiama all’ordine con tono perentorio: «Non devi fumare qui dentro». La reazione di “Balduccio” è irritata. E, secondo l’accusa, stizzito per il richiamo irrispettoso pronuncia la frase su cui nasce il processo. Modi e parole hanno ancora il sapore del capo che, pure da recluso, vuole comandare: «Appuntato questo suo collega (quello del rimprovero, ndr) qui non lo voglio più vedere. Qui non deve più montare servizio. Chiamatemi l’ispettore, voglio parlare solo con lui. Questo qui non lo voglio più vedere, mi ha rotto i coglioni». Il poliziotto non si piega ai desiderata del boss e lo denuncia. Anche perché ci sono d testimoni che hanno assistito alla scena.

Schiacciato da sentenze con fine pena mai, Di Maggio affronta ora l’ennesimo processo. Una goccia nel mare di un’esistenza intrisa di mafia, tradimenti, pentimenti apparenti, omicidi per vendetta. E la prospettiva di morire in carcere per l’ultimo ergastolo inflitto vent’anni fal


 

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