L’invasione dei grandi marchi cambia il volto di Corso Italia
PISA. Se chiedete a un pisano qual è la via pedonale dello shopping, vi dirà Corso Italia; se ponete la stessa domanda a un abitante di Barcellona, senza indugio indicherà le Ramblas; e un dublinese...
PISA. Se chiedete a un pisano qual è la via pedonale dello shopping, vi dirà Corso Italia; se ponete la stessa domanda a un abitante di Barcellona, senza indugio indicherà le Ramblas; e un dublinese penserà a Grafton street. Attenzione: la domanda era generica, non si riferiva alla loro città, ma tutti hanno pensato all’esempio più vicino. Chi ha ragione? Tutti. E nessuno. In fondo non c’è differenza tra mangiare l’hamburger nel negozio catalano o in quello irlandese: la multinazionale della polpetta ha pensato di arredarli allo stesso modo, per farvi sentire a casa. E non c’è differenza tra il vestito acquistato in Italia o in Spagna: la catena di abbigliamento è la stessa e persino la moneta (l’euro) è uguale. Il grande “dramma” della globalizzazione è (forse) l’omologazione.
Ora non si vuole buttarla sul filosofico; e quindi facciamo un passo indietro. E non guardiamo Corso Italia nel 2014, ma a ritroso nel tempo. Fino a tutti gli anni Novanta, Corso Italia era la strada dei cinema e delle “vasche” nel classico via vai tra i negozi per la stragrande maggioranza a gestione familiare. A rompere gli schemi era solo Upim, storico magazzino che comunque si era integrato con il panorama commerciale della strada. I cinema Italia e Astra erano un ulteriore polo di attrazione. Poi, come detto, c’erano tante attività tradizionali presenti dal dopoguerra e punto di riferimento per lo shopping: dalla profumeria Scarlatti a Marinella, da Divo abbigliamento al negozio da sposa La Sovrana, da Prenatal alle ceramiche di Melani. La gioielleria Pasquali, il negozio di cappelli Fiaschi, l’abbigliamento Manrico, la pelletteria Cini, solo per citarne alcuni, sono ancora presenti nel corso, così come la pizzeria Da Nando.
Una via per tanti anni anche caratterizzata da una tipologia commerciale variegata. C’era il negozio di articoli elettrici Meucci, quello di cioccolato Perugina, la torrefazione La Cubana, la Politecnica, la pasticceria Pallini, una pizzeria ristorante con tanto di giardino (dove ora si trova la libreria Feltrinelli). Torniamo a Pisa 2014: cosa cerca il turista che sbarca per la visita “mordi e fuggi”? La mesticheria con la cecina di farina etnica o il fast food rassicurante che c’è anche a casa sua? Non è solo un discorso culturale, ma anche economico: la passerella della città è la più ambita dai commercianti, per il previsto ritorno in termini di fatturato; ma siccome niente è gratis, lì i fondi costano di più e se li possono permettere solo i big.
Insomma, è il turista di massa che crea lo sbarco delle multinazionali e viceversa. Ma è anche vero che, in realtà, ogni città ha sfumature uniche e che esse permettono di creare l’identità di un luogo e di una popolazione: basta una statua, uno scorcio o un particolare edificio. La vera sfida in fondo è questa.
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