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«Nessuno vuole più che si faccia l’acciaio in Italia»: Calenda “gela” il piano di Urso

di Matteo Scardigli

	Il treno rotaie (foto del 2016 di Paolo Barlettani)
Il treno rotaie (foto del 2016 di Paolo Barlettani)

Flop Jindal, l’ex ministro ospite a Villa Mussio replica: «Amichettismo? Una cavolata». E sul rigassificatore lancia una provocazione: «Fate un buon accordo per le compensazioni»

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PIOMBINO. «Nessuno vuole più che si faccia l’acciaio in Italia. Non gli amministratori locali, non la magistratura, non i sindacati. Nessuno». Caustico, irriverente, scomodo e tranciante, l’ex ministro dello sviluppo economico dei governi Renzi e Gentiloni oggi senatore e segretario di “Azione” Carlo Calenda dal palcoscenico campigliese degli “Incontri di Villa Mussio” getta acqua sul fuoco delle prospettive di rilancio del polo siderurgico e replica a tono al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. E infiamma i piombinesi sul rigassificatore.

Il La è dato dalla domanda di Stefano Zurlo, inviato de Il Giornale, nell’intervista con la partecipazione del direttore de Il Tirreno Cristiano Marcacci; la premessa è da dirigente d’azienda: «Il settore è ciclico e per riattivare i processi ci vogliono tempi biblici che comportano la perdita del momento positivo. Urso ha detto che qui si sta ripartendo, come lo disse due anni fa all’Ilva salvo poi ammettere oggi che i 100 milioni promessi non ci sono più». Ambasciator non porta pena, ma c’è da rispondere all’accusa – indiretta – di amichettismo che avrebbe “ammorbidito” il patto del 2018 lanciata proprio dal ministro al suo indirizzo e proprio da quello stesso divanetto.

Un passo indietro a quando Metinvest neanche era nel mondo delle idee. «Cercai di far saltare Rebrab, algerino che produceva ortofrutta (che non è esattamente la qualità), poi facemmo la gara per l’Ilva la vinse Mittal che era il primo produttore mondiale, mentre la cordata perdente era Jindal, grosso imprenditore indiano; che chiese di Piombino», premette Calenda, che poi apre e chiude un siparietto: «Arrivarono a una differenza di prezzo di 300mila euro, dissi: “Ce li metto io”», racconta Calenda. Poi l’acciaio crollò e gli investimenti furono quelli che furono, secondo Urso bloccati o rallentati dalla logica dell’amichettismo. «Una cavolata», riassume l’ex ministro, e incalza: «Non si può dire: “Se non investi tot ti mando i carabinieri”. L’unica cosa che si può fare, se ci sono le caratteristiche, è mettere l’imprenditore in mala amministrazione straordinaria e passarla un altro imprenditore Ma lui (Urso, ndr) non ha dimestichezza con il meccanismo economico, essendo uno di quelli che (mi smentisca) non ha mai lavorato un giorno della sua vita nell'economia reale».

Si colloca qui l’inciso su amministratori locali, magistratura e sindacati, che «vogliono corsi di formazione e prepensionamenti». In direzione diametralmente opposta al vertice di venerdì in Comune tra il sindaco Francesco Ferrari, Urso e il presidente della Regione, Eugenio Giani, e le stesse rappresentanze dei lavoratori: tutti allineati per i due commissari ad hoc (il sindaco per Metinvest e il presidente per le realizzazioni) e le tutele della forza lavoro (Fiom e Uglm lo hanno ribadito anche ieri).

E qui Calenda apre il capitolo energia; sia per le aziende, rivendicando l’azzeramento degli oneri di sistema per le imprese energivore e approvazione e regolamentazione dell’interconnessione elettrica privata Italia-Francia (2017), sia per le attività e i cittadini.

La priorità per Piombino, oggi, secondo lui? «Fui il primo a venire qui a dire alla fine che il rigassificatore ve lo sareste dovuto tenere. Non è mai esploso un rigassificatore nella storia dei rigassificatori, e visto che ve lo hanno messo almeno fate un negoziato per le compensazioni come Dio comanda».

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