Il Tirreno

Ambiente

Massa-Carrara, in 15mila vivono in zone ad alto rischio frana: l’analisi del geologo e perché c’entra anche lo spopolamento

di Sara Venchiarutti

	La frana che ha colpito la Strada statale del Cerreto, a Fivizzano
La frana che ha colpito la Strada statale del Cerreto, a Fivizzano

L’esperto spiega quali sono i fattori che influiscono nell’aumento del rischio: «”Colpa” del terreno argilloso e della poca regimazione delle acque»

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MASSA. Geologicamente parlando, per le frane «il nostro è un territorio complesso, con una pericolosità medio elevata», premette Luca Angeli, geologo e consigliere dell’Ordine dei geologi della Toscana. Nessun allarmismo, questo no: «Sono fenomeni normali e – rassicura Angeli – si tratta di frane per la maggior parte superficiali, di dimensione ridotte». Però è anche «importante avere la consapevolezza che siamo una zona fragile, per agire di conseguenza».

A questo punto ecco i dati, forniti dall’Ispra tramite IdroGeo, la piattaforma nazionale che mappa il dissesto idrogeologico in Italia: la popolazione che abita in territorio a rischio molto elevato o elevato di frane in provincia è di 15.056 abitanti, circa l’8% rispetto al totale. Si parla di 11.074 edifici, 591 imprese (il 3,3%) e ben 76 beni culturali che insistono su queste aree.

Sono diversi i fattori che fanno alzare il livello del rischio: «Il primo – sottolinea Angeli – è morfologico, con versanti molto ripidi». Ci si mette pure la «tipologia di terreno, che per la zona delle Apuane è principalmente a componente argillosa», sottolinea Angeli. In più, aggiunge l’esperto, «si tratta di zone molto piovose e questo non aiuta, così come non ha aiutato, in questo senso, la scarsa regimazione idraulica che deriva dallo spopolamento delle aree montane in corso negli ultimi anni».

Il rischio frane interessa in modo diverso un po’ tutte le aree del versante a mare delle Apuane. Solo per fare un esempio, «c’è Montignoso, dove nel periodo di Pasqua dell’anno scorso – ricorda Angeli – ci fu un caso di frana importante nella zona di Vietina». In generale, «a essere più predisposte sono le valli più strette, con versanti più ripidi, ma le aree montane del territorio hanno una suscettibilità da frana abbastanza costante. Poi certo, ci sono singole località più predisposte. Niente però da giustificare un allarme incontrollato».

Dal punto di vista geologico la provincia presenta «terreni molto vari: la componente argillosa – spiega Angeli – è frequente, soprattutto nella zona di Montignoso e nella prima valle del Frigido; in Lunigiana, invece, si hanno affioramenti di successioni non metamorfiche, e quindi la composizione è diversa. I nostri Appennini sono una catena giovane, in termini geologici, e quindi sono zone in evoluzione».

Come tipologia di movimento delle frane, ce ne è per tutti i gusti: dal crollo di roccia allo scivolamento di terreno, passando per ribaltamenti in roccia e, molto raramente, colate di fango. «In linea generale – sottolinea Angeli – abbiamo la fortuna di avere delle frane che hanno dimensioni relativamente contenute Per mia esperienza, la maggior parte degli episodi in provincia è superficiale». Poi certo, ci sono le eccezioni, come la frana di Camporaghena, in Lunigiana, «uno degli eventi più importanti in provincia, avvenuto negli anni Ottanta. Quella fa parte delle frane maggiormente monitorate».

Tra gli ultimi episodi registrati sul portale dell’Ispra c’è la grossa frana del 12 novembre 2023 ad Aulla che si riversò sulla Ss 62 della Cisa. Stessa strada chiusa appena pochi giorni prima, il 3 novembre, sempre per una frana, stavolta nel territorio di Pontremoli. Anche qui «un movimento franoso ha coinvolto e danneggiato strutturalmente il corpo stradale». Spostandosi alla cronaca, recentissima è la frana di Fivizzano di giovedì scorso, quando una valanga di terra e detriti si è riversata sulla Strada statale del Cerreto, all’altezza di Soliera. Appena qualche mese prima, nel marzo dell’anno scorso, la grossa frana a Fosdinovo, su via Gignago. Solo per fare qualche esempio.

Nella stragrande maggioranza dei casi, sottolinea Angeli, «è l’acqua il fattore scatenante. Per questo, tra gli interventi di prevenzione, è importante una regimazione puntuale delle acque: risolverebbe una buona parte dei problemi e il costo è enormemente inferiore rispetto al ripristino della viabilità dopo una frana. Per la regimazione, però, la situazione è peggiorata con lo spopolamento delle zone montane: si sono ridotte le persone che fino agli anni Cinquanta abitava i paesi delle zone montane, pulendo le canalette». Questo, conclude il geologo, «è un territorio che bisogna imparare a gestire, evitando – ad esempio – di impermeabilizzare o sviluppando un piccolo reticolo per drenare anche nelle singole proprietà. Ciascuno nel suo piccolo può fare qualcosa.


 

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