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Livorno, addio a Giusy Achilli: è stata la prima presidentessa donna del calcio italiano

di Redazione Livorno

	Giusy Achilli negli anni Novanta
Giusy Achilli negli anni Novanta

Aveva 72 anni. Col marito Claudio prese il Livorno nei dilettanti e lo portò a un passo dalla B

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LIVORNO. È morta Giusy Achilli, al secolo Giuseppina Schiavo, moglie di Claudio, imprenditore, patron del Livorno Calcio alla fine degli anni Novanta, e precedentemente proprietario del Pavia, di cui Giusy fu presidentessa divenendo la prima presidente donna nella storia del calcio italiano.

Giusy conquistò in breve tempo il mondo del pallone, imponendosi con la sua personalità. Trasferitasi a Livorno fu per anni la first lady amaranto. Malata da qualche tempo, è morta a Milano, dove abitava. Aveva 72 anni.

Sotto la gestione degli Achilli – proprietari della leggendaria Achilli Motors che importava per l’Italia marchi come Aston Martin, Rolls Royce e Bentley, e fu celeberrimo centro di vendita e assistenza italiano, anche a livello internazionale, di vetture come Ferrari, Jaguar, Lamborghini – il Livorno visse l’inizio della rinascita dopo il terzo fallimento che aveva portato la società a ripartire dall’Eccellenza. Gli imprenditori lombardi rilevarono il Livorno in Interregionale e lo portarono allo spareggio per la serie B a Perugia contro la Cremonese, prima di cedere la società ad Aldo Spinelli.

Il legame di Claudio e Giusy verso i colori amaranto è sempre rimasto solido. E la tifoseria ha sempre ricordato con affetto la coppia di imprenditori, nonostante l’addio si fosse portato dietro qualche polemica.

«Non dimentico nulla di quei tempi anche se sono passati quasi trent’anni – raccontava nel 2020 al Tirreno Lady Giusy presente col marito a Meda per una trasferta degli amaranto –. Penso a quanto è stata dura seguire la squadra nei dilettanti, quando la prendemmo. Porto nel mio cuore il rapporto umano che abbiamo instaurato con tante persone di Livorno. C’è anche un po’ di amarezza, nel ricordare come venne liquidato mio marito. Avremmo potuto lasciarci in modo più leggero, più corretto. L’Amministrazione Comunale fu opportunista. Ovviamente il nostro successore aveva maggiori disponibilità rispetto a noi, ma fummo estromessi senza ricordare che Claudio aveva preso il Livorno nei dilettanti e l’aveva portato quasi in serie B dopo aver profuso energie economiche, nervose e dopo essersi spremuto anche sul piano umano. A Livorno abbiamo dato tanto senza ricevere nulla in cambio, ma una cosa deve essere chiara: rifaremmo tutto sempre e comunque. Eravamo una grande famiglia con i tifosi e i giocatori. Era bello stare insieme. Ricordo che alcuni sportivi pagavano l’abbonamento a rate, ma mai nessuno è venuto meno agli impegni presi. Da parte nostra ci abbiamo messo passione, soldi, affetto, partecipazione emotiva. Ma era un altro calcio». 

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