Livorno: 14 anni senza Piermario Morosini, ma la città non lo ha mai dimenticato
Il calciatore amaranto perse la vita nel 2012 all’Adriatico di Pescara, colpito da un improvviso malore sul rettangolo verde
LIVORNO. Chissà che uomo sarebbe, oggi, Piermario Morosini. Forse la sua barba incolta avrebbe qualche filo canuto, ma di certo lo sguardo sarebbe lo stesso: profondo. E lui non avrebbe perso quel fare misto tra l’ironico ed il serio. Immutato il suo sorriso dolce/amaro. Forse adesso - alla soglia dei 40 anni - sarebbe padre; e a suo figlio trasmetterebbe i sani valori recepiti dalla famiglia di origine. Quei valori forgiati - suo malgrado - anche nel dolore per il prematuro sgretolamento dell’humus familiare bersagliato senza pietà da lutti e disgrazie. Chissà. Se ne avesse avuto il tempo, forse sarebbe rimasto ammaliato dai tramonti di Livorno, da certi angoli così struggenti di questa città. Dalle mareggiate impetuose, dal salmastro che rende ruvida la pelle, ma più morbida l’anima. Ed ora potremmo vederlo sul mare o nei gabbioni a giocare insieme ad altre decine di ex giocatori amaranto nati altrove, ma rimasti qui anche dopo aver chiuso con il calcio, perché se Livorno ti entra nelle vene, non ne esce più. E quell’incantesimo è impossibile da spezzare.
Ferita aperta
Chissà che uomo sarebbe, oggi, Piermario Morosini. .. Se il mondo fosse perfetto e si fosse fermato alla mattina del 14 aprile 2012. E invece, quel giorno, si fermò lui, mentre il mondo andò avanti. Il dolore individuale ha tempi di elaborazione diversi, soggettivi. Quello collettivo... in particolare questo... non passa mai. È come "cristallizzato". Dobbiamo rassegnarci: non esiste un lenitivo. È una ferita mai del tutto cicatrizzata. C’è sangue sottopelle, pronto a sgorgare al minimo pensiero, al minimo ricordo di quanto accadde sul prato dell’Adriatico di Pescara in quel livido pomeriggio primaverile. Le terminazioni nervose inviano al cuore impulsi dolorosi perché la memoria restituisce immagini nitide, appena sfuocate dal tempo, che sembra voler stendere un velo di pietas umana sugli ultimi attimi di Piermario: tanto nessuno può dimenticare. Per descrivere le dimensioni della tragedia vissuta in presa diretta (allo stadio o davanti alla tv) negli occhi tornano in mente la sagoma di plastica del defibrillatore mai attivato - eterno rimpianto - e la disperata camminata dell’allora direttore generale del Livorno Giovanni Gardini, uomo sfinge...sempre: non lì, non quel giorno, non in quei momenti.
Prima e dopo
Quattordici anni dai giorni dello sgomento. Quattordici anni che sembrano quattordici minuti. C’è una linea amaranto neppure troppo sottile che divide in due la storia del calcio di questa città: dal 14 aprile 2012 c’è un prima e c’è un dopo. Perpetuo. Diverso, pregno della solida consapevolezza che quel giorno tutto è cambiato ed è diventato di intensità maggiore. Piermario non c’è più, risucchiato nel cielo grigio di Pescara, ma la sua vicenda umana, il suo istintivo, ostinato, disperato attaccamento alla vita mostrato nell’ora dell’addio, è stata la stella polare che ha permesso ai tifosi livornesi e alla squadra amaranto di orientarsi nelle tenebre del dolore più cupo e a risollevarsi prima come uomini e poi sul campo. Quaranta giorni dopo la tragedia di Pescara, Il Livorno colse una salvezza insperata. E un anno più tardi, la stessa squadra - temprata dalla terribile esperienza del 14 aprile e consolidata dal difensore brasiliano Emerson, dal terzino tedesco Gemiti oltre che da altri acquisti minori - vinse il campionato tornando in serie A. Furono due imprese compiute nel segno del Moro, il cui lascito morale fu di trasformare in imbattibile una squadra che era stata fragile fino al giorno più brutto.
Il Moro e Livorno
Dolore ed amore sono universi solo in apparenza lontani. Spesso si toccano, a volte addirittura collidono. In questo caso quasi si accarezzano. Il dolore e l’amore della città per Morosini sono nella immediata decisione (dovuta, voluta, ma soprattutto profondamente sentita) del Livorno Calcio di ritirare la maglia numero 25 (quello di Piermario) che non sarà più indossata da nessun calciatore amaranto. Viaggiano veloci sui social dove in questi giorni tanti tifosi, ma anche semplici cittadini pubblicano il post di un ricordo personale del giocatore o una sua foto. Si fondono nelle dichiarazioni di Eto Soldani - eroe del Livorno vicecampione d’Italia nel 1943 - che novantenne, dinanzi al feretro di Morosini allo stadio Armando Picchi gremito confidò al Tirreno: «È un’ingiustizia. Dentro quella bara dovrei esserci io che ho la mia età. Non un giovane di neanche 26 anni». Chissà che uomo sarebbe, oggi, Piermario Morosini (ricordato dal Livorno con una maglia celebrativa indossata nel derby di Arezzo domenica scorsa), ma è rimasto eternamente un ragazzo in un maledetto, livido pomeriggio di una primavera.
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