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Arresto cardiaco negli over 40, il primario: «I primi momenti sono decisivi, la rapidità dei soccorsi fa la differenza»

di Martina Trivigno

	Il primario Emilio Pasanisi (il secondo da sinistra) insieme alla sua équipe
Il primario Emilio Pasanisi (il secondo da sinistra) insieme alla sua équipe

Il primario Pasanisi: «Sopra i 40 anni la morte per cardiopatia ischemica è predominante. Il buon funzionamento della catena dei soccorsi permette di arrivare in ospedale vivi»

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LIVORNO. Ogni mese, nel reparto di Cardiologia degli Spedali Riuniti, arriva in media un livornese in arresto cardiaco. Anche se fuori, purtroppo, i casi sono molti di più. «Se il paziente entra in reparto – spiega il primario Emilio Pasanisi – significa che qualcuno, prima di noi, ha fatto tutto nel modo giusto». È il caso di Andrea Valenti, 54 anni, responsabile dell’Area Decoro Urbano, Ispettorato Ambientale e Comunicazione di Aamps Retiambiente, raccontato nei giorni scorsi dal Tirreno, colto da malore mentre correva sul tapis roulant, in palestra: una morte cardiaca improvvisa “abortita” grazie alla catena dei soccorsi.

Dottor Pasanisi, partiamo dal caso Valenti. Quanto è raro un evento del genere?

«Quello che è successo al signor Valenti è un evento raro, ma purtroppo non così raro come si potrebbe immaginare. La sua è stata una morte cardiaca abortita. Va detto che l’arresto cardiaco interessa tutta la popolazione, con incidenze diverse. Sotto i 40 anni si parla di uno o due casi ogni 100mila abitanti; tra i 40 e gli 80 anni circa 50 casi ogni 100mila; negli over 80 si può arrivare a 200 casi ogni 100mila».

Quali sono le cause nei più giovani?

«Sotto i 40 anni le condizioni più frequenti sono le alterazioni geneticamente determinate della formazione e lo sviluppo del muscolo cardiaco, ovvero le miocardiopatie, e poi le alterazioni del trasporto degli ioni che portano a disturbi elettrici fatali».

E dopo i 40 anni?

«Progressivamente diventa predominante la cardiopatia ischemica, cioè la malattia delle coronarie. È la causa più comune: in circa un terzo dei casi la cardiopatia ischemica si manifesta direttamente con morte improvvisa: non con il classico dolore al petto o l’affanno improvviso, ma con un’aritmia fatale».

Che cos’è esattamente la morte improvvisa?

«È un evento inaspettato, che colpisce una persona che nelle 24-48 ore precedenti non aveva sintomi riconducibili all’evento. Si verifica in pochi minuti, al massimo entro un paio d’ore. È causata da aritmie maligne come fibrillazione ventricolare o tachicardia ventricolare, spesso scatenate da un danno avuto o da una “cicatrice” nel muscolo cardiaco».

Cicatrice in che senso?

«Può essere l’esito di un infarto pregresso, anche non riconosciuto, oppure di una miocardite o di una malattia genetica. Noi la chiamiamo fibrosi: è tessuto che non conduce più bene l’impulso elettrico. Si crea una sorta di cortocircuito che scatena l’aritmia».

Lei dice che in reparto trattate un caso al mese. Ma fuori?

«Fuori sono molti di più. Il problema è che solo pochi arrivano in ospedale. Quando il paziente entra in Cardiologia significa che la catena dei soccorsi ha funzionato in modo perfetto».

Quanto conta l’intervento dei testimoni?

«Conta tutto. Se l’arresto è testimoniato e qualcuno inizia subito il massaggio cardiaco, chiama il 112 e utilizza il defibrillatore perché il ritmo è “defibrillabile” la sopravvivenza può passare dall’1-2 per cento fino al 50-60 per cento, con possibilità di dimissione dall’ospedale di un soggetto neurologicamente integro. È un salto enorme».

Quindi la palestra è stata decisiva per Valenti?

«Sì. Essere in un luogo pubblico, con persone formate e un defibrillatore disponibile, è stato determinante. C’è anche un fattore fortuna nel trovarsi nel posto giusto nel momento dell’arresto cardiaco».

Cosa fate quando un paziente over 40 arriva dopo un arresto?

«La prima cosa è escludere o confermare una malattia delle coronarie. Tengo molto a sottolineare l’importanza del lavoro di équipe in un reparto come il nostro che dipende non solo dai medici ma anche dal personale dell’Utic e di sala, infermieri e tecnici: senza di loro meccanismo si incepperebbe. Poi utilizziamo la risonanza magnetica cardiaca, che ci permette di individuare le cicatrici. A Livorno non l’abbiamo ancora, ma grazie alla collaborazione con le Cardiologie pisane riusciamo a garantire l’esame in tempi rapidi».

E se il rischio di recidiva è alto?

«In prevenzione secondaria impiantiamo un defibrillatore. Può essere transvenoso, con un catetere che entra nel cuore, oppure sottocutaneo, con un elettrodo tunnelizzato sotto pelle senza entrare nelle cavità cardiache. È spesso preferito nei giovani e negli sportivi. Sono dispositivi che costano tra i 7-8mila e gli 11-12mila euro, ma quando intervengono salvano la vita».

Si può tornare a una vita normale?

«Sì, con alcuni accorgimenti. Ma il punto centrale è correggere la causa. Se l’arresto è legato a una coronaropatia, bisogna controllare aggressivamente i fattori di rischio come colesterolo, pressione arteriosa, glicemia, il peso corporeo e smettere di fumare. Il defibrillatore è come un paracadute: non sostituisce la buona condotta».

Tra i fattori di rischio ha citato il peso, ma quanto conta l’obesità?

«Moltissimo. L’obesità è oggi un problema endemico. Per questo la prevenzione deve partire presto, dallo stile di vita, dall’educazione alimentare e dalla consapevolezza che il peso corporeo è un determinante di salute, non solo un fatto estetico».

E qual è il valore dello sport?

«L’attività fisica, insieme a uno stile di vita corretto, resta uno dei più potenti strumenti di prevenzione che abbiamo».

La Toscana ha approvato di recente una legge sulle morti cardiache improvvise: perché è così importante?

«Il progetto, ideato e promosso dai colleghi della Fondazione Monasterio e dalla Scuola Sant’Anna di Pisa, è un grande passo avanti e comporta uno sforzo da parte delle istituzioni, ma ha dei vantaggi a lungo termine dal valore inestimabile. La morte cardiaca improvvisa è un evento drammatico che può colpire chiunque, spesso senza segnali premonitori. Insegnare la rianimazione cardiopolmonare fin dall’età scolare significa creare una generazione di cittadini in grado di intervenire subito. La Toscana ha avuto grande lungimiranza nel coinvolgere scuola e sanità insieme. A questo si aggiunge la diffusione dei defibrillatori e la proposta, promossa dal collega Fabio Costantino Scirocco (con il progetto Cardiosecurity Italia, ndr) di rendere obbligatorio il Blsd all’esame della patente. È un modo per “accerchiare” il problema: dall’educazione dei giovani al sistema del 112 fino all’ospedale. Se tutti gli anelli funzionano, il paziente può tornare alla sua vita senza danni neurologici. È una conquista non solo clinica, ma sociale».

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