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Livorno

La testimonianza

Livorno, va in arresto cardiaco in palestra mentre si allena: «Il mio cuore si era fermato, salvato dagli angeli» – Il racconto

di Giulio Corsi
Andrea Valenti
Andrea Valenti

Il dramma di Andrea Valenti: «Sono stato miracolato. Quel giorno? Stavo bene, poi il buio...». Contributo decisivo in quei minuti dell’ex capitano amaranto Luci

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LIVORNO. «È stato un miracolo». Andrea Valenti continua a ripeterlo mentre ricorda quel pomeriggio drammatico nella sala pesi della palestra Evo One, al parco Levante, che gli ha cambiato per sempre la vita. E non trattiene l’emozione. «Mi dicono che sono un miracolato – ripete commuovendosi – e i miei angeli si chiamano Valentina, Andrea, Francesca, Serenella e Nicola».

L’assistenza decisiva

Loro sono gli istruttori e gli infermieri che per primi lo hanno soccorso quando aveva perso i sensi ed era crollato sul tapis roulant, privo di coscienza, mentre il suo cuore stava per fermarsi. «Quando il dottor Federico Bellini del reparto di Cardiologia ha terminato il primo intervento alle coronarie mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Lei lo sa che tutto ciò che abbiamo fatto è stato reso possibile grazie al primo soccorso che ha ricevuto in palestra? Se si fosse sentito male mentre correva sul viale Italia o non avesse avuto quell’assistenza immediata sarebbe morto o sarebbe arrivato in ospedale con danni cerebrali probabilmente irreversibili”».

Andrea Valenti, 54 anni, responsabile dell’Area Decoro Urbano, Ispettorato Ambientale e Comunicazione di Aamps Retiambiente, è uscito dall’ospedale sabato scorso, dopo dieci giorni di ricovero, durante i quali ha subito due interventi di angioplastica e un terzo intervento per l’applicazione di un defibrillatore sottocutaneo.

Ha deciso di raccontare pubblicamente la sua storia per ringraziare quella rete di professionalità, efficienza e umanità che lo ha salvato ma anche per lanciare un messaggio di speranza e di civiltà: «La prevenzione è fondamentale, la presenza di un defibrillatore nella mia palestra, la preparazione degli istruttori, la lucidità con cui mi hanno soccorso e hanno eseguito le manovre in attesa dell’arrivo dell’ambulanza dicono chiaramente quanto sia importante impegnarsi perché questa rete sia la più estesa possibile, nelle scuole, nei campi sportivi, nei luoghi pubblici, sui posti di lavoro».

Quella sera in palestra

La storia di Andrea Valenti, quella che ha aperto le porte alla sua seconda vita, inizia un piovoso giorno d’inverno, mercoledì 4 febbraio, alle ore 18.15. «La mattina avevo lavorato, non avevo alcun segnale che potesse farmi preoccupare, né avevo mai avuto in precedenza problemi che potessero farmi pensare di dover fare dei controlli o riguardarmi. La palestra era piena e io mi sentivo bene, talmente bene che ho deciso di fare un po’ di attività cardio in attesa che le macchine si liberassero. Sono salito sul tapis roulant e ho corso per 40 minuti, impostando l’apparecchio a una pendenza del 5% a una media di 6 chilometri orari, una corsetta per me di media fatica. Sono arrivato in fondo e non mi sentivo per niente affaticato».

E invece pochi attimi dopo è avvenuto il dramma. «Avevo appena finito i miei 40 minuti – racconta Valenti –, ho premuto il tasto del defaticamento, che prevede una corsa leggera, praticamente una camminata di un paio di minuti prima di fermarsi, mi sono girato per prendere l’acqua e d’improvviso mi si è chiusa la vista. Quello che è successo dopo, me l’hanno raccontato».

Il risveglio in ambulanza

I ricordi finiscono lì. La vita di Valenti diventa un film buio per alcune decine di minuti, in una dimensione di incoscienza, tra il mondo e l’aldilà. «Mi sono svegliato mezz’ora dopo in ambulanza, ho sentito la sirena, mi hanno detto che mi stavano trasportando in shock room. Il giorno dopo mi hanno raccontato che cosa era successo, che avrei potuto morire, che cosa avevano fatto le persone meravigliose che lo hanno impedito. Ho scoperto che ero caduto sul tapis roulant, che avevo sbattuto la testa sul display. Che Andrea Luci e Valentina Bartola, istruttori della Evo One, mi hanno soccorso immediatamente. Mi hanno tolto dal tappeto, mi hanno posizionato nel corridoio. In un primo momento hanno pensato a una mancanza di zuccheri, ma un attimo dopo hanno capito.

Luci, memore della tragedia di Morosini, è corso a prendere il defibrillatore, Valentina ha chiesto aiuto, mentre è arrivata un’altra istruttrice, Francesca Coria, che mi ha praticato il massaggio cardiaco. Accanto a lei sono arrivati due infermieri che erano in palestra ad allenarsi, Serenella Gini e Nicola Pagnucci, una mi ha aperto la bocca e srotolato la lingua che stava per soffocarmi, l’altro ha attivato il defibrillatore che al terzo tentativo ha fatto partire la scarica elettrica riattivando il mio cuore che era andato in arresto». Il battito di Valenti è ripartito. Nel frattempo è sopraggiunto il medico del 118 Chiara Allegri supportata dalla squadra della Svs arrivata con l'ambulanza, rimasti sempre in contatto telefonico con la palestra. Poi la corsa in ospedale, il risveglio, l’ingresso nella shock room del pronto soccorso, in stato di coscienza e il trasferimento all’Utic. «Mi facevano domande e i segnali erano buoni, nonostante a causa dell’arresto cardiaco la situazione fosse comunque drammatica».

La rinascita all’Utic

Il giorno dopo in ospedale sono iniziati gli esami approfonditi per capire i motivi di quell’evento. «Sono stato sottoposto a una coronarografia che ha mostrato qualcosa che nessuno si aspettava – racconta Valenti –: delle tre coronarie che avvolgono il cuore una si è occlusa ed è quella che ha portato all’arresto cardiaco, attraverso un’ischemia che ha causato un’aritmia maligna. Anche una seconda coronaria era quasi occlusa e una terza era messa male. Praticamente le mie arterie erano come un albero secco in inverno. Ho scoperto di avere una malattia che si chiama aterosclerosi, che non sapevo di avere, e che i medici mi hanno spiegato essere cominciata almeno una decina di anni fa».

L’equipe del reparto di Cardiologia, guidato dal primario Emilio Pasanisi e dal responsabile Alberto Genovesi è intervenuta con una prima angioplastica: «Nel primo intervento il dottor Bellini ha provveduto all’installazione di due stent sulle due coronarie messe peggio – racconta Valenti –. Finalmente non ero più in pericolo, ma non era ancora finita. Il giorno dopo ancora mi hanno fatto un secondo intervento di angioplastica alla terza coronaria: quando i medici sono entrati hanno visto che la situazione era accettabile ma hanno deciso anche di mettere il cuore sotto stress e ha retto, ma hanno ritenuto di verificare la sua condizione complessiva. Due giorni dopo mi hanno fatto fare una risonanza magnetica al Santa Chiara e hanno verificato che il mio cuore aveva subito una piccola lesione negli anni passati di cui non mi ero accorto, causata da un’assenza di ossigeno. Per questo hanno deciso di inserire un defibrillatore sottocutaneo, che in caso di aritmia, intervenga per aiutare il mio cuore. Un compagno di viaggio che mi terrò per tutta la vita. Anche quest’intervento, eseguito dalle dottoresse Federica Lapira e Enrica Talini, è andato alla perfezione e 48 ore dopo sono potuto tornare a casa».

I dieci giorni passati all’Utic sono stati una sorta di rivelazione. «Ho vissuto quel reparto e la professionalità di chi ci lavora sulla mia pelle e ho verificato che è di un’eccellenza clamorosa. Mio cugino, Renato Valenti, è primario di Cardiologia a Careggi: mia moglie l’ha chiamato subito, gli ha chiesto se fosse il caso di portarmi a Firenze, ma lui ha risposto che Livorno è un reparto di altissimo profilo e che il suo suggerimento per la vita di suo cugino era che restassi lì. Si è messo subito in contatto con il primario di cardiologia a Livorno Pasanisi e ha seguito in diretta l’evolversi della situazione».

La nuova vita

Ora il ritorno alla normalità sarà lento e progressivo. «Ma sento di uscirne già cambiato, consapevole dell’importanza della prevenzione e forte nel sapere che abbiamo intorno delle eccellenze che spesso neanche sappiamo che esistono, come il reparto Utic e Cardiologia del nostro ospedale. A salvarmi la vita è stata la fortuna di essere stato in palestra, la tempistica, la professionalità di tutti quelli che ho incontrato, a partire da quei meravigliosa ragazzi, formati a tal punto da rianimare una persona. Loro sono i miei angeli – ripete Valenti –. Io e mia moglie Barbara (Gai, avvocato molto conosciuta in città, ndr), i miei figli Tommaso e Giulia, i miei genitori Grazia e Giancarlo e i miei fratelli Valerio e Barbara non finiremo mai di ringraziarli. Esco anche consapevole di avere un mare di amici: quante telefonate e quanti messaggi di vicinanza ho ricevuto, quanti pianti ci siamo fatti insieme, con gli amici, anche tra voi giornalisti, i colleghi di Aamps Retiambiente e dell’amministrazione comunale a partire dal sindaco Salvetti, dalla giunta, dai consiglieri, i dirigenti, Leonardo Gonnelli in primis, e tutti gli altri dipendenti. La mia azienda, poi, è stata eccezionale e continua a sostenermi giorno dopo giorno. E in questi momenti è particolarmente piacevole sentire questo affetto, perché vivi una fragilità psicologica tale, che questa situazione ovattata di persone che ti stanno vicine, l’affetto che ti arriva da amici, conoscenti, colleghi ti dà forza, ti ridà il sorriso, ti fa battere di nuovo il cuore e ti spinge a lottare per rinascere forse anche più forte di prima sicuramente con nuove consapevolezze».

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