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Referendum sulla giustizia, a Livorno il confronto pubblico magistrati-avvocati sulla riforma – Le posizioni in campo

di Federico Lazzotti

	Il tavolo del confronto e il pubblico nella sede di Castagneto Banca a Livorno (foto Stick)
Il tavolo del confronto e il pubblico nella sede di Castagneto Banca a Livorno (foto Stick)

Posti esauriti nella sede di Castagneto Banca e successo per la diretta web. Nell’articolo il video dell’incontro: ecco come è andata

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LIVORNO. La domanda chiave sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, meglio conosciuta come «separazione delle carriere», arriva via WhatsApp, sul numero messo a disposizione del pubblico (in sala e dei tanti collegati online) da parte del Tirreno che con Castagneto Banca 1910, ha organizzato a Livorno nella sede dell’istituto, un forum tra magistrati (a favore del no) e avvocati (a favore del sì) in vista del referendum del 22 e 23 marzo. A porla è Ivano Toni: «Vorrei comprendere dal gruppo per il sì - scrive - se vede questa riforma della giustizia positivamente rispetto ai problemi atavici che la attanagliano. Inoltre vorrei sapere da loro se questa riforma è fatta per i cittadini o più per la politica».

All’interno del quesito ci sono gli aspetti principali intorno ai quali ruotano i dubbi di chi, da semplice cittadino, deve e vuole capire quale sia la scelta migliore da fare quando - nella cabina elettorale - si troverà di fronte la scheda referendaria.

Spiega l’avvocato Vinicio Vannucci, presidente della Camera penale di Livorno, schierato per il sì: «Chi gioca con la truffa dell’etichetta la chiama "riforma della giustizia" e sostiene che non risolva i problemi. Al contrario si chiama riforma dell’ordinamento giurisdizionale ed è una buona cura rispetto al sistema attuale. Il motivo? Finalmente separa chi giudica da chi accusa nel processo e lo fa anche a livello disciplinare e nelle nomine, superando il sistema della correnti. Perché - prosegue - la riforma si prefigge di eliminare quegli elementi che possano solo costituire un infondato pregiudizio sulla terzietà del giudice». Detto in altri termini: essendo colleghi provenienti dal medesimo percorso e concorso, giudice e pubblico ministero non garantirebbero oggi - secondo i favorevoli alla riforma - quel «triangolo equilatero con al vertice il giudice» introdotto nel 1989 col processo accusatoria.

A far dubitare (e molto) i magistrati rispetto alla bontà della riforma, oltre al percorso parlamentare («non è stato discusso nemmeno un emendamento dei mille presentai»), sono soprattutto le leggi attuative. In particolare due aspetti: l’eventuale (in) dipendenza del pubblico ministero rispetto al potere esecutivo, insomma chi governa, e la scelta dei componenti laici dei due Consigli superiori della magistratura che - secondo la riforma costituzionale - saranno sorteggiati tra una rosa di nomi scelti dal Parlamento. Si domanda il pubblico ministero Massimo Mannucci, da oltre 25 anni alla Procura di Livorno: «Perché modificare la Costituzione e rendere possibile un controllo del pubblico ministro da parte dell’esecutivo? L’articolo 101 della costituzione, al secondo comma, dice che i giudici sono soggetti solo alla legge. Questo, fino ad oggi, è stato tradotto con: i magistrati. Nel momento in cui si va a separare giudicante e requirente, questo assioma sarà applicato solo ai giudici e non al pubblico ministero. Invece è necessario che ci sia un pubblico ministero equo e imparziale che la pensi come un giudice. Perché i cittadini vanno garantiti da subito, nelle indagini e poi al processo. E c’è una cosa che accomuna pm e giudcie: la mancanza di interesse sull’esito del processo perché la loro carriera non cambia. Lo stipendio è lo stesso sia se arriva una condanna o una assoluzione. Questa è la grande forza della magistratura».

Aggiunge Gianfranco Petralia, oggi giudice al tribunale di Livorno e in passato pubblico ministero nella stessa procura: «La separazione delle carriere già esiste, visto che solo lo 0,1% passa dal ruolo di pubblico mistero a quello di giudice e viceversa. Ed è bene ribadire che chi vuole farlo lo può fare solo una volta in carriera e deve svolgere la nuova funzione in una regione diversa». Poi sulle conseguenze della riforma spiega: «Basta leggere i giornali e guardare qualche Tg per verificare che le intenzioni non vanno nel senso di migliorare il sistema nel nome della democrazia, magari come auspica qualche ministro togliendo controllo della polizia giudiziaria al pubblico ministero. Purtroppo - va avanti - lo scenario politico che c’è adesso è inquietante. E la modifica tecnica della Costituzione consente al governo, con la legge ordinarie di intervenire sul pubblico ministero determinando che la legge non sarà più uguale per tutti». Una prospettiva che l’avvocato Marco Talini, vice presidente della Camera penale labronica non accetta: «L’articolo 104 garantisce l’indipendenza del pubblico ministero, il resto sono processi alle intenzioni. Le leggi non si interpretano rispetto a quello che dice ministro ma tramite lavori preparatori. La campagna referendaria del no è basata sulla falsificazione della realtà. Il sorteggio è il male minore perché la situazione attuale è peggiore con il correntismo». L’ultima stoccata è all’associazione nazionale magistrati (Anm): «Sulla riforma ha detto solo e sempre no. Se ci fosse stato un minimo di disponibilità si poteva fare qualche aggiustamento».

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