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Ughi, l’uomo che da cinquant’anni guida i portuali livornesi donatori di sangue

di Juna Goti
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Presidente del gruppo Avis, lo volevano cavaliere della Repubblica

09 febbraio 2024
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Livorno Mauro Ughi non è uno che ha bisogno di grandi presentazioni. Né tra i portuali livornesi né nel mondo del volontariato. Se passate da via San Giovanni siete sicuri di trovarlo sempre al suo posto, nell’ufficio pieno di targhe e fotografie che si affaccia sulla sala dedicata a Oreste Colombai e Ilvio Magnani, al piano terra del Palazzo del Portuale. È sempre lì, pronto a dare una mano e pure del filo da torcere, con i suoi 87 anni compiuti il 10 settembre.

Ughi è da mezzo secolo la guida del gruppo donatori di sangue dei portuali, quelli della Compagnia. Con la fine del 2023 ha festeggiato cinquant’anni da presidente. Un organizzatore invidiabile e un volontario instancabile, tanto che negli anni passati la stessa Avis comunale (con la firma di Giovanni Bruschi) aveva proposto alla presidenza della Repubblica di nominarlo cavaliere. E chissà che qualcuno non ci provi di nuovo. «Ero troppo comunista e dissero sempre di no», scherza lui: «Ma mi piacerebbe diventare cavaliere della Repubblica dopo cinquant’anni che mi dedico ai livornesi»

Per quarant’anni, prima di andare in pensione, ha lavorato per la Compagnia lavoratori portuali, scaricava le navi. «Nel ’56 sono entrato all’Avis perché volevo dare il sangue, mi chiesero il midollo...». E da lì l’inizio di un’avventura lunghissima.

Già nella lettera scritta a inizio anni duemila dall’Avis livornese a Roma, si raccontava che con la fine di dicembre del 1990 aveva raggiunto il tetto delle 140 donazioni di sangue (comprese sette estrazioni midollari nel ’56 e nel ’57) e che una volta raggiunti i limiti di età, si era impegnato come collaboratore attivo. «Sì, nel ’61 iniziai ad aiutare le persone che venivano qui da tutta la città a chiedere una mano, per esempio parlavo con i medici del centro trasfusionale». Così ricorda di quando «ho aiutato una sessantina di anziani a entrare al Pascoli» o di quando, «insieme ai medici dell’ospedale di Livorno, abbiamo aiutato la famiglia di un bimbo di 8 mesi che doveva essere operato al cuore in America», «ora è grande, quando lo vedo passare da via San Giovanni è come fosse un po’ anche mio figlio».

«Con Oscar Cafferata – chiosa – si trovava sempre il modo di dare una mano, per me era come un fratello». Cafferata, l’ex presidente dell’Avis e storica guida dalla Svs. «E dal ’61 – ci tiene a ricordare Ughi – porto la bandiera ai funerali di tutti i portuali donatori».

«Alla fine – racconta – ho organizzato più di 30 congressi in giro per l’Italia, una volta mi chiamò anche Susanna Agnelli per come lavoravo». «Qui – ripete – è tutto volontariato, nessuno ha mai preso una lira, tutti donatori di sangue e lavoratori. I donatori della Compagnia sono stati anche 900 e a tutti, dopo dieci donazioni, abbiamo dato la medaglia d’oro, 9 grammi e mezzo, me ne mancano solo una decina e voglio darla anche a loro. Quando una quindicina di anni fa abbiamo iniziato a essere molti meno, ho arruolato anche mogli e parenti, ora i donatori di questo gruppo sono 254, donne e uomini».

Padre di cinque figli maschi (due purtroppo sono scomparsi) che gli hanno regalato un tesoro di nipoti femmine, è stato per 65 anni accanto ad Elsa, che se ne è andata tre anni fa. «Amo tutto di quello che ho fatto, ho dato l’anima e continuerò a darla». l


 

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